| Pubblichiamo, per concessione dell’autore,
questa intervista dove Giovanni Testori ci parla di due figure
indissolubilmente unite: il padre, e Dio. Praticamente inedita (fu
pubblicata, a suo tempo, solo su “La Tribù”, il giornale della Comuna
Baires, purtroppo a ridottissima tiratura), è uno straordinario documento.
De Martino, in ricerca, sollecita Testori sulle inquietudini di quella
fine secolo, l’Oriente, la morte di Dio, il “vuoto” buddista che potrebbe
sostituirsi alla pienezza della religiosità cristiana: E Testori risponde
con una fermezza di fede che è contemporaneamente intuizione poetica, e
toccante devozione filiale. Erano i tempi della morte, della droga,
dell'oriente, e anche di una ricerca profonda e libera: animata dal
rifiuto di ciò che allora chiamavamo “integrazione”, da un uso
“accresciuto” del corpo sottratto finalmente alla famiglia, al partito e
all'oratorio, e da un desiderio “dissidente” che si muoveva secondo un
altro ritmo, controcorrente. La corrente andava verso l'edificazione di
una società dell'abbondanza e dei divertimenti, una specie di triviale
Disneyland planetaria, quasi una grande placenta consumistica, per la
quale – attraversati non a caso da fantasmi di divoramento – temevamo di
dover pagare un prezzo troppo alto. Si nasceva, si viveva e si moriva in
uno strano vuoto, in un regime spettacolare d'immagini e di evanescenze,
dove sembravano regnare solo condizioni demagogiche non dico per salvarsi
l'anima, ma perlomeno per la costituzione di una coscienza… Così per
capire il senso di quella situazione cercavamo un nuovo linguaggio. Alla
ricerca di qualcosa, come molti in quel periodo, di ritorno dall'India nel
1982 andai a trovare Giovanni Testori nella sua casa di Brera, a Milano.
Cosa ne pensava Testori della svolta ad Oriente e dell'esperienza del
divino stranamente sollecitata proprio dall'assenza di Dio? Aveva altre
idee, altre passioni, ma aveva cercato e diceva di aver trovato qualcosa
che anche noi cerchiamo... Eravamo rimasti d'accordo che ci saremmo
rivisti, cercando di approfondire l'inchiesta su Dio. Poi, per vari
motivi, la nostra conversazione è rimasta in parte inedita. - Lei
scrive che senza Dio Padre possiamo vivere solo come ombre o assassini.
Tuttavia vi sono civilizzazioni culturali, come per esempio il buddhismo,
che hanno fondato una morale che regge a ogni critica razionale, senza far
ricorso all'idea di un Dio Padre, di un Dio Creatore. Lei sembra far
risalire ogni violenza a un oblìo, alla dimenticanza del nostro comune
destino di figli.
"E' un oblio presunto. Non si può vivere fuori dal rapporto col Creatore,
col Padre. Le strozzature che insorgono da questa mancanza, da questo
primo offuscamento, determinano nell'uomo una sorta di perpetua
insoddisfazione; in quanto tutti i gesti che compie, tutte le spinte che
giustamente mette in atto per arrivare a un'esistenza umana e sociale più
giusta e illuminata sono riferite a delle mitologie contingenti - e non a
un assoluto - che disattendono questa tensione che c'è nell'uomo di un
riferimento certo, fermo, obiettivo, reale. Allora questa delusione si fa
grumo nel cuore e nella mente dell'uomo e anche della sua carne. E
l'assommarsi di questi grumi determina una terribile nostalgia del
rapporto rifiutato col Padre, quindi della coscienza del nostro essere
figli, del nostro essere fratelli gli uni degli altri. E la violenza è la
punta estrema di questa insoddisfazione e di questa nostalgia che non
riesce più a rendersi umile e si scatena contro i fratelli, che essendo
tali sono la testimonianza irrefutabile dell'impossibilità di vivere al di
fuori del riconoscimento del Padre".
- Il linguaggio religioso è calato sul senso del Dio-pieno, mentre
nell'esperienza che viviamo il fatto religioso sembra nascere da un vuoto.
Del resto questo accade: si manifesta l'interesse per l'Oriente, per
tradizioni diverse dalle nostre...
"Tutto ciò che possiamo e dobbiamo fare è permettere che il segno di
questa Paternità in noi venga ascoltato, venga accolto e realizzato. Siamo
chiamati a vivere in un momento drammatico, terribile della vita. E
l'urgenza che riappare nei giovani è proprio questa: avvertono la caduta
delle posizioni di benessere e della giustizia sociale come divinità che
hanno lasciato sfiniti i giovani, e riappare questa domanda come non
accadeva nelle generazioni passate. La mia speranza è legata alla capacità
che questi giovani avranno di realizzare la risposta nella vita storica e
a come permetteremo loro che questo avvenga. C'è da temere che i vari
poteri ideologici liberalisti e marxistici cerchino di soffocare questo
gemito, questa apertura, per avere l'uomo ancora una volta e di più
vittima del loro terribile meccanismo".
- Ma è anche possibile esprimere una morale sulla base del riconoscimento
della comune umanità, esprimere amore e compassione sulla base del
riconoscimento del dolore e del desiderio di felicità comuni alla mia e
all'altrui vita, come accade per esempio nel buddhismo, senza appunto far
ricorso al fantasma del padre.
- L'uomo non può essere salvato che come figlio e fratello...
"Non sembra che questo, oggi, possa soddisfare l'urgenza di una possibile
rifondazione d'una religiosità e d'una morale per l'uomo moderno
disincantato. Alcuni pensano che il cristianesimo pare non essere in grado
di rispondere ai bisogni etico-religiosi.
"Bisognerebbe aprire un discorso più ampio. Noi in Italia viviamo ancora
in un paese che crede di risolvere il bisogno di tutti gli uomini da una
posizione di privilegio, elitaria. Il cristianesimo non sembra in grado di
rispondere? Probabilmente i cristiani come lo vivono oggi. Credo che gli
ideologismi e alcune filosofie moderne abbiano spostato la questione, in
quanto credono che la risposta segua la domanda. Capisco che alcuni
scrittori - e sono anch'io scrittore - siano tentati di andare sui limiti.
Ma questa è una posizione elitaria, dimentica di tutti gli altri, e che si
crede sciolta dal grande abbraccio dell'esistenza".
- E' probabile che sia così, che la maggioranza non vada sui limiti. Ma se
Dio è morto il secolo scorso, si tratta di approfondire questo "vuoto", di
ritrovare un libero uso delle sorgenti religiose, e questo bisogno oggi
non sembra coinvolgere solo alcune élites, ma forse si svolge nel segreto
del teatro del cuore di molte persone.
"Dio non è morto nel secolo scorso. E' l'uomo che si è allontanato. Vede,
è come nei 'Sei personaggi in cerca d'autore' di Pirandello: è l'Autore
che cerca, non lo scrittore. Ed è ancora la questione dell'Amleto di
Shakespeare - che per me resta l'ultimo grande profeta -, quando appare lo
spettro del padre che chiede: "Ti ricordi di me?".
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Milano, 16 marzo 1993
Intervista di Gianni De Martino a Giovanni Testori, pubblicata, con
qualche modifica, con il titolo “Nel nome del Padre”, La Tribù, n° 28, 5
maggio 1982.
Gianni De Martino è stato tra i fondatori della rivista "Mondo Beat" e
direttore di "Mandala. Quaderni d'oriente e d'occidente". Ora vive e
lavora a Milano come giornalista e saggista, specializzato in cultura
araba.
Blog:
http://giannidemartino.splinder.com/
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