PSICANALISI della GUERRA

Individui, culture e nazioni in cerca d’identità

 

 (Recensione di Eduardo Zarelli pubblicata in www.nuovalinea.org)

 

Nella postmodernità i primi attori della guerra non sono gli Stati ma i popoli, il loro inconscio collettivo e la loro cultura, intesa in senso antropologico come sistema di valori di riferimento sociale e di interpretazione del mondo. Con questo incipit  non conformista lo psicanalista junghiano Claudio Risé, insegnante di Polemologia nella facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Trieste e già autore di diversi libri dedicati al processo di “individuazione” (Parsifal, Il maschio selvatico, Diventa te stesso), spiega i conflitti dei popoli d’oggi prendendo le distanze dal razionalismo, che vede la guerra come espressione dei rapporti di forza e degli interessi degli Stati. Negli ultimi due secoli gli elementi “naturali” dell’identità (legame col territorio e legami di sangue) ed i contenuti metafisici ad essi legati (religione, cultura, miti condivisi) sono tramontati. A queste caratteristiche la modernità ha sostituito modelli fabbricati intellettualmente (stili di vita, mode, culture utilitaristiche in vorticosa evoluzione), che hanno profondamente indebolito il senso d’identità, generando un’ansia diffusa che sfocia nell’anonimato anomico o nel fondamentalismo isterico. L’identità debole contribuisce al diffondersi di quel “pensiero debole”, descritto da Gianni Vattimo, che a sua volta, produce un deficit identitario e libidico, energetico, cui l’individuo reagisce in ogni modo: anche con la guerra. Alla globalizzazione razionale dei prodotti e dei modelli comportamentali si contrappone, in modo direttamente proporzionale, il “primordialismo”: un brodo di culture, umori, bisogni affettivi e morali che consentono la rivalutazione di fenomeni come la nascita, la discendenza, il luogo di provenienza ancestrale e le culture tradizionali che a questi aspetti attribuivano capacità di orientamento individuale e sociale.
È in questo contesto psicologico e sociale che Risé analizza la guerra postmoderna. Quest’ultima è orfana dello Stato, completamente assorbito nella mediazione degli interessi economici e insufficiente a comprendere il malessere delle identità vacillanti. Non è più lo Stato che fa la guerra così come non è più il diritto ad aprire il conflitto, a sovrintendere lo svolgimento e, quindi, a ratificarne la conclusione organizzando la pace. L’osservazione delle guerre d’oggi dimostra, al contrario, che esse nascono dal bisogno di popoli e nazioni di affermare la propria identità contro gli Stati che non la riconoscono. Le guerre della postmodernità scoppiano all’interno degli Stati nati dopo l’illuminismo, che, malgrado si definiscano “nazionali”, sono in realtà per la maggior parte multinazionali, in quanto contengono una pluralità di culture nazionalitarie diverse. Nel mondo attuale, tendente alla globalizzazione, queste nazioni vogliono esistere come soggetti autonomi sulla scena mondiale dei mercati, delle informazioni, delle fedi, ponendo le basi per quel confronto di civiltà - meglio sarebbe dire di “culture” - che, secondo l’intuizione di Samuel Huntington, anima i conflitti di oggi e, ancor di più, del domani. Nel presente, la guerra - manifestazione di forze psichiche operanti nella «vita incosciente comune, nella vita di sciame dell’umanità» (Tolstoj) - non nasce dal calcolo, ma da un’esperienza emozionale legata all’affermazione e al recupero dell’identità di un gruppo; nel suo sviluppo si manifestano le forze eterne dell’inconscio collettivo - che Jung definisce archetipi, e che sovente sono raffigurate come dei - vale a dire quelle particolari condensazioni di energie spirituali, psicologiche e fisiche che la psicologia del profondo mette a disposizione per comprendere la complessità dell’individuo e delle collettività.
La guerra, mettendo a duro rischio la vita e il benessere, è il contrario di un calcolo razionale, è l’irruzione di un archetipo magnetico e terribile nella vita degli uomini. Essi si avvicinano a quest’immagine energetica per nutrirsi del suo significato simbolico, rafforzando così la propria identità e il proprio “potere”, ma nello stesso tempo ne cadono preda. Per conoscere la guerra, dunque, è necessario comprendere gli archetipi che muovono le battaglie degli uomini, ed è con mano sicura che l’autore individua i riferimenti del conflitto nell’antropologia sacrale delle culture e delle tradizioni fondamentali della storia dell’umanità: dai politeismi indoeuropei ai monoteismi ebraico, cristiano e islamico, passando per la mitologia della classicità greca e germanica, e tralasciando, ritengo venialmente, solo l’animismo indigeno e tribale. Alla luce di questo approfondimento psicologico e culturale, appaiono più intellegibili le guerre postmoderne: guerre di popoli che si riconoscono in nazioni. Esse chiedono la possibilità di autodeterminare la propria forma politica e consistenza territoriale rifacendosi a miti comuni di discendenza e ad una storia e cultura condivise. Questa cultura comune, da una parte afferma il valore di antichi legami - in genere non oggettivi, ma ricostruiti secondo un procedimento mitico-leggendario - dall’altra, fornisce fondamenti trascendenti all’identità e solidarietà del gruppo.
L’omologazione – costitutiva della globalizzazione - si capovolge, nelle guerre identitarie della postmodernità, in una valorizzazione caparbia della differenza e della specificità, per difendere la quale si accetta – autodifesa - o si scatena – aggressione - il conflitto. La nazione attiva, in questo contesto, è dunque quella definita dalla scienza politica “nazione oggettiva” - una comunità umana avente in comune una cultura, una discendenza e un territorio, anche se quest’ultimo non appare, in molti casi, determinante – ed è contrapposta alla “nazione soggettiva”, che è poi l’ordinamento giuridico dello Stato, corrispondente al concetto illuminista di “patria” (il «plebiscito di tutti i giorni» di Rénan). In questo senso potremmo parlare di “matria”, proprio a sottolineare la valenza tellurica, carnale, che le identità esplosive di questo scorcio di millennio sembrano suggerire; un abbraccio passionale algidamente respinto dall’amministrazione tecnica della realtà.
Cosa ci suggerisce la lettura di questo sostanzioso e agevole saggio? Innanzitutto che gli Stati moderni sono insufficienti, «troppo grandi e contemporaneamente troppo piccoli», citando De Benoist, per confrontarsi con la globalizzazione e “senza anima” rispetto alle richieste di identificazione collettiva che sorgono dall’indifferenziato individualista. Bisogna, in pratica, abbandonare gli assoluti universalisti, che auspicano finalisticamente “pace perpetua” e “morte della storia”, e riconsiderare realisticamente un relativismo di culture e identità, che favorisca una reale democrazia e responsabilità internazionale. In modo particolare, ragionando di “guerra”, tornata “convenzionalmente” possibile, sarà opportuno rileggere Carl Schmitt e il suo commento allo Jus Publicum Europaeum, l’antico diritto internazionale europeo, in cui si celebra l’autolimitazione del conflitto nel riconoscimento del nemico (leggi “identità altra”), considerato comunque difensore di una causa giusta, soggetto di diritti, con il quale è d’obbligo trattare e negoziare. Ne consegue che le prove di forza che costituivano la “guerra limitata”, si concludono con la designazione di un vincitore e di un vinto, sancito da un trattato di pace (“giusta”), negoziato direttamente tra i contendenti e rispettato consensualmente dalle altre nazioni. La negazione del conflitto, e quindi delle identità, crea la contraddizione stridente della “pace” ingiusta, foriera di contenziosi ancora più “illimitati” e ingovernabili.  Le braci ancora ardenti dei Balcani sono tragicamente emblematiche. In ultima analisi, risulta che la società di massa, amplificata dal “villaggio globale” delle comunicazioni e degli scambi economici e finanziari, necessita un rapido riassorbimento in una prospettiva pluralistica e comunitaria che rigeneri quei centri concentrici in cui l’essere umano trova solidarietà sociale e cultura personale in una identità collettiva. Se viene negato il libero e naturale sviluppo della personalità umana - le “radici” di Simon Weil - il demone biforcuto e nichilista del nazionalismo e della mondializzazione estirpa le differenze culturali e l’armonia di un principio ordinatore condivisibile, il solo che può contribuire a limitare la violenza ritualizzando l’aggressività. 

Eduardo Zarelli

 

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