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Nella postmodernità i primi attori della
guerra non sono gli Stati ma i popoli, il loro inconscio collettivo e la
loro cultura, intesa in senso antropologico come sistema di valori di
riferimento sociale e di interpretazione del mondo. Con questo incipit
non conformista lo psicanalista junghiano Claudio Risé, insegnante di
Polemologia nella facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Trieste
e già autore di diversi libri dedicati al processo di “individuazione” (Parsifal,
Il maschio selvatico, Diventa te stesso), spiega i conflitti
dei popoli d’oggi prendendo le distanze dal razionalismo, che vede la
guerra come espressione dei rapporti di forza e degli interessi degli
Stati. Negli ultimi due secoli gli elementi “naturali” dell’identità
(legame col territorio e legami di sangue) ed i contenuti metafisici ad
essi legati (religione, cultura, miti condivisi) sono tramontati. A queste
caratteristiche la modernità ha sostituito modelli fabbricati
intellettualmente (stili di vita, mode, culture utilitaristiche in
vorticosa evoluzione), che hanno profondamente indebolito il senso
d’identità, generando un’ansia diffusa che sfocia nell’anonimato anomico o
nel fondamentalismo isterico. L’identità debole contribuisce al
diffondersi di quel “pensiero debole”, descritto da Gianni Vattimo, che a
sua volta, produce un deficit identitario e libidico, energetico, cui
l’individuo reagisce in ogni modo: anche con la guerra. Alla
globalizzazione razionale dei prodotti e dei modelli comportamentali si
contrappone, in modo direttamente proporzionale, il “primordialismo”: un
brodo di culture, umori, bisogni affettivi e morali che consentono la
rivalutazione di fenomeni come la nascita, la discendenza, il luogo di
provenienza ancestrale e le culture tradizionali che a questi aspetti
attribuivano capacità di orientamento individuale e sociale.
È in questo contesto psicologico e sociale che Risé analizza la guerra
postmoderna. Quest’ultima è orfana dello Stato, completamente assorbito
nella mediazione degli interessi economici e insufficiente a comprendere
il malessere delle identità vacillanti. Non è più lo Stato che fa la
guerra così come non è più il diritto ad aprire il conflitto, a
sovrintendere lo svolgimento e, quindi, a ratificarne la conclusione
organizzando la pace. L’osservazione delle guerre d’oggi dimostra, al
contrario, che esse nascono dal bisogno di popoli e nazioni di affermare
la propria identità contro gli Stati che non la riconoscono. Le guerre
della postmodernità scoppiano all’interno degli Stati nati dopo
l’illuminismo, che, malgrado si definiscano “nazionali”, sono in realtà
per la maggior parte multinazionali, in quanto contengono una pluralità di
culture nazionalitarie diverse. Nel mondo attuale, tendente alla
globalizzazione, queste nazioni vogliono esistere come soggetti autonomi
sulla scena mondiale dei mercati, delle informazioni, delle fedi, ponendo
le basi per quel confronto di civiltà - meglio sarebbe dire di “culture” -
che, secondo l’intuizione di Samuel Huntington, anima i conflitti di oggi
e, ancor di più, del domani. Nel presente, la guerra - manifestazione di
forze psichiche operanti nella «vita incosciente comune, nella vita di
sciame dell’umanità» (Tolstoj) - non nasce dal calcolo, ma da
un’esperienza emozionale legata all’affermazione e al recupero
dell’identità di un gruppo; nel suo sviluppo si manifestano le forze
eterne dell’inconscio collettivo - che Jung definisce archetipi, e
che sovente sono raffigurate come dei - vale a dire quelle
particolari condensazioni di energie spirituali, psicologiche e fisiche
che la psicologia del profondo mette a disposizione per comprendere la
complessità dell’individuo e delle collettività.
La guerra, mettendo a duro rischio la vita e il benessere, è il contrario
di un calcolo razionale, è l’irruzione di un archetipo magnetico e
terribile nella vita degli uomini. Essi si avvicinano a quest’immagine
energetica per nutrirsi del suo significato simbolico, rafforzando così la
propria identità e il proprio “potere”, ma nello stesso tempo ne cadono
preda. Per conoscere la guerra, dunque, è necessario comprendere gli
archetipi che muovono le battaglie degli uomini, ed è con mano sicura che
l’autore individua i riferimenti del conflitto nell’antropologia sacrale
delle culture e delle tradizioni fondamentali della storia dell’umanità:
dai politeismi indoeuropei ai monoteismi ebraico, cristiano e islamico,
passando per la mitologia della classicità greca e germanica, e
tralasciando, ritengo venialmente, solo l’animismo indigeno e tribale.
Alla luce di questo approfondimento psicologico e culturale, appaiono più
intellegibili le guerre postmoderne: guerre di popoli che si riconoscono
in nazioni. Esse chiedono la possibilità di autodeterminare la propria
forma politica e consistenza territoriale rifacendosi a miti comuni di
discendenza e ad una storia e cultura condivise. Questa cultura comune, da
una parte afferma il valore di antichi legami - in genere non oggettivi,
ma ricostruiti secondo un procedimento mitico-leggendario - dall’altra,
fornisce fondamenti trascendenti all’identità e solidarietà del gruppo.
L’omologazione – costitutiva della globalizzazione - si capovolge, nelle
guerre identitarie della postmodernità, in una valorizzazione caparbia
della differenza e della specificità, per difendere la quale si accetta –
autodifesa - o si scatena – aggressione - il conflitto. La nazione attiva,
in questo contesto, è dunque quella definita dalla scienza politica
“nazione oggettiva” - una comunità umana avente in comune una cultura, una
discendenza e un territorio, anche se quest’ultimo non appare, in molti
casi, determinante – ed è contrapposta alla “nazione soggettiva”, che è
poi l’ordinamento giuridico dello Stato, corrispondente al concetto
illuminista di “patria” (il «plebiscito di tutti i giorni» di Rénan). In
questo senso potremmo parlare di “matria”, proprio a sottolineare la
valenza tellurica, carnale, che le identità esplosive di questo scorcio di
millennio sembrano suggerire; un abbraccio passionale algidamente respinto
dall’amministrazione tecnica della realtà.
Cosa ci suggerisce la lettura di questo sostanzioso e agevole saggio?
Innanzitutto che gli Stati moderni sono insufficienti, «troppo grandi e
contemporaneamente troppo piccoli», citando De Benoist, per confrontarsi
con la globalizzazione e “senza anima” rispetto alle richieste di
identificazione collettiva che sorgono dall’indifferenziato
individualista. Bisogna, in pratica, abbandonare gli assoluti
universalisti, che auspicano finalisticamente “pace perpetua” e “morte
della storia”, e riconsiderare realisticamente un relativismo di culture e
identità, che favorisca una reale democrazia e responsabilità
internazionale. In modo particolare, ragionando di “guerra”, tornata
“convenzionalmente” possibile, sarà opportuno rileggere Carl Schmitt e il
suo commento allo Jus Publicum Europaeum, l’antico diritto
internazionale europeo, in cui si celebra l’autolimitazione del conflitto
nel riconoscimento del nemico (leggi “identità altra”), considerato
comunque difensore di una causa giusta, soggetto di diritti, con il quale
è d’obbligo trattare e negoziare. Ne consegue che le prove di forza che
costituivano la “guerra limitata”, si concludono con la designazione di un
vincitore e di un vinto, sancito da un trattato di pace (“giusta”),
negoziato direttamente tra i contendenti e rispettato consensualmente
dalle altre nazioni. La negazione del conflitto, e quindi delle identità,
crea la contraddizione stridente della “pace” ingiusta, foriera di
contenziosi ancora più “illimitati” e ingovernabili. Le braci ancora
ardenti dei Balcani sono tragicamente emblematiche. In ultima analisi,
risulta che la società di massa, amplificata dal “villaggio globale” delle
comunicazioni e degli scambi economici e finanziari, necessita un rapido
riassorbimento in una prospettiva pluralistica e comunitaria che rigeneri
quei centri concentrici in cui l’essere umano trova solidarietà sociale e
cultura personale in una identità collettiva. Se viene negato il libero e
naturale sviluppo della personalità umana - le “radici” di Simon Weil - il
demone biforcuto e nichilista del nazionalismo e della mondializzazione
estirpa le differenze culturali e l’armonia di un principio ordinatore
condivisibile, il solo che può contribuire a limitare la violenza
ritualizzando l’aggressività.
Eduardo Zarelli
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