RITORNO ALLA NATURA


Dalla rubrica  info/psiche lui, Io Donna, allegato al Corriere della Sera, 3/3/02
E’ possibile scrivere a Claudio Risé, rubrica Psiche lui, Io donna, RCS Periodici, via Rizzoli 4, 20132, Milano
oppure collegandosi al sito www.claudio-rise.it 

 

 

«Forse sono davvero tra noi, quelle “donne selvatiche “ di cui lei parla nel suo ultimo libro. E forse mia moglie é una di loro. Infatti, se  le  regalo un vestito nuovo, al posto di quelle lisce tuniche di cotone, che si ricompra, uguali, da una stagione all’altra, si indispettisce. La serata “elegante” la uccide; andare a cavallo nel bosco la ristora. Ignora ristoranti, visto che ha la sua cucina dove può fare qualsiasi cosa, canticchiando. Il sesso le piace, ma l’”intimo”, e i suoi riti la annoiano: é nuda in pochi secondi. Guarda le stelle per ore, come se le parlassero. Io con lei oscillo tra la noia e l’assoluta meraviglia. Certo é strana, così diversa  da ciò che si dice delle donne di solito. Però percepisco in lei una forza, e una purezza, straordinaria: questo mi affascina sempre».

Alberico, Lodi


«Dopo aver letto il libro, suo e di  Moidi Paregger, "Donne selvatiche", mi sono chiesta se  aver smarrito questo aspetto femminile  legato al bosco, alla selva e alla natura ha qualcosa a che fare con la perdita della fertilità della donna, e della coppia moderna. Sono sempre stata turbata  da quale sia la ragione di questo dramma, progressivo e silenzioso, che affligge le nostre società. Abbiamo forse smarrito quel lato femminile che conosceva il mistero della continuazione della vita? Per quel che mi riguarda, sono ben consapevole di aver procreato in maniera assolutamente istintiva, come se fossi chiamata e coinvolta da forze che neppure io conosco».

Elena, Bergamo


Cari Alberico, ed Elena, é sempre così con i rappresentanti del mondo selvatico, l’uomo e la donna della selva. Basta nominarli e descriverli, magari con le stesse immagini già usate  dall’uomo in innumerevoli saghe e leggende (come quelle narrate in questo libro), per accorgersi che queste creature forti, e innocenti sono ancora tra noi. E che anche noi, abbiamo i nostri lati “selvatici”, ancora in attività. Che sono poi quelli che, come le donne del libro, ci insegnano le cose più vitali: procurarci il cibo, fare l’amore, prenderci cura del corpo, il nostro e quello dei nostri cari, procreare, curare la terra, e parlare col cielo. Un mondo di saperi e di forze elementari che credevamo sepolto sotto comportamenti costruiti, “civilizzati”, con i quali identificavamo la nostra vita. E invece sono ancora lì, forti, anche se in pericolo. Come i frassini che spuntano testardi ai bordi di una strada, asfaltata per la millesima volta. Così il lato “forte” del matrimonio di Alberico é rappresentato proprio da lei, la moglie selvatica, vitale e entusiasta della vita naturale, dal bosco al cibo al sesso, e diffidente delle cose “fabbricate” in cui marito cerca di costringerla, dai vestiti alle guépières (rivelatori, osservava Walter Benjamin nel suo “Passages di Parigi” , Einaudi Ed., della passione necrofila della modernità per la merce  fabbricata). Ed ecco, anche, che Elena scopre che la spinta vitale alla procreazione, che porta gioia e futuro nella sua  esistenza di coppia, si é manifestata in lei come un istinto oscuro e incoercibile, senza pensieri, programmazioni, controlli, con la forza fatale della natura primordiale. Come la Selvatica che quando viene al maso lo fa silenziosamente fiorire, con l’abbondanza dei raccolti, e dei figli. Si scopre così che la domanda, che in tanti rivolgono a me e a mia moglie (coautrice del libro): “come fare a ritrovare la Selvatica, e la sua vitalità”, ha una risposta abbastanza semplice. La Selvatica non va ritrovata, va solo riconosciuta. Quando non c’é, quando se n’é andata perché (come nelle saghe) non é stata rispettata ed onorata, l’esistenza ha già perso forza, la relazione é fallita, la famiglia dissolta. Se siamo in una situazione vitale, é perché la donna e il maschio selvatico, tutori della vita e dei suoi istinti, sono (magari  camuffati), ancora tra noi. E’ da quella presenza (e non dal rifornimento di antidepressivi), che dipende la nostra passione per la vita.

Claudio Risé

 

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