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La discrezione è virtù antica. Chi la coltiva lo fa meno per buone
maniere (cui tuttavia essa finisce per appartenere), che per prudenza.
L’uomo discreto conosce la forza assicurata dal rispetto del limite, e
la caducità dell’energia dello scoppio, del dilagare, del non
contenersi.
I due poli che ci aiutano a capire dove si collochi la discrezione sono
quelli ben descritti da Machiavelli (1) , là dove oppone la “moltitudine
concitata”, all’”uomo grave e di autorità che le si faccia incontro”.
Ricordando Virgilio: “L’umile volgo infuria agitato,/già volano fiaccole
ed armi/ma ecco, se vedono un uomo, grave per la pietà e per i meriti/
ammutoliscono, e intorno a orecchi tesi si accalcano (Tum pietate gravem
ac meritis si forte virum quem/conspexere, silent arrectisque auribus
adstant) (2) . Da una parte un’agitazione collettiva e inconsulta,
dall’altra una “gravità” personale, che evoca stabilità al suo interno,
di cui la pìetas è il tratto individuale, e le opere sono l’aspetto
sociale. Questa forza stabile e trattenuta, consapevole, è un tratto già
presente in età classica soprattutto nel pensiero stoico, in Marco
Aurelio, in Seneca, che viene poi approfondito nei Padri della Chiesa e
nei grandi protagonisti del monachesimo, da Benedetto a Bernardo.
L’opposizione tra l’esicasta e i demoni, illustrata in tanta produzione
patristica, è ancora quella stessa, tra una molteplicità pulsionale
posseduta dall’agitazione (i demoni, appunto), e una gravità guidata
dalla discrezione, che deriva direttamente dalla consapevolezza del
limite umano.Tanto che oggi, il monaco psicologo tedesco Anselm Grün
rilegge il trattato di Evagrio, grande protagonista della riflessione
patristica, come rappresentazione dell’eterna lotta dell’uomo contro le
pulsioni (3).
La Rinascenza discreta
Su questa ricca base classica, si sviluppa poi la valorizzazione della
discrezione nel Rinascimento, fino a tutto il seicento. Secoli solidi,
durante i quali l’uomo esplorava non solo sé stesso, ma il mondo ed il
cosmo. Confrontato con la vastità degli spazi che si aprivano alla sua
conoscenza tanto più preziosa appariva all’uomo la discrezione. Non solo
per non finire inutilmente davanti a qualche tribunale ecclesiastico
(questo era certamente un aspetto della questione), ma anche per non
cadere preda di una vanagloria accecante. Di qui la costante lode che
della discrezione, della prudenza, del non voler apparire, né invadere
nella vita altrui, viene fatta da tutta la produzione politica di questi
secoli, a partire proprio dal Machiavelli, fino ai Cardinali-statisti
Richelieu e Mazzarino. Nei loro scritti, tutti costoro, ed i pensatori
da essi influenzati, appaiono perfettamente consapevoli della nuova
grandezza che si apre all’uomo, al principe, all’artista, allo
scienziato, e che potrebbe per così dire comprometterne l’equilibrio,
spostandone il centro verso l’esterno e verso gli altri, fino a renderlo
dimentico di sé, delle proprie specifiche qualità ed obiettivi.
Alle lusinghe e potenzialità di una socìetas che accetta con convinzione
di aprirsi anche in senso orizzontale, nel mondo, e non solo verso Dio,
essi percepiscono perfettamente che nell’uomo debba corrispondere un
contenimento discreto, una gravitas, una stabilità, destinata ad
accrescerne la profondità, l’efficacia, ed anche il prestigio sociale.
Il Breviario dei politici di Mazzarino
Il Cardinale Mazzarino, primo ministro di Luigi XIV, inizia così il suo
Epilogo dei dogmi politici: “A sole due massime ristrigenevano
gli antichi Filosofi la lor più sincera filosofia, e sono le seguenti.
Sopportati, e Astieniti. A due altresì i politici riducono la lor
professione, cioè Simola, e Dissimola” (4). La discrezione ha a che
vedere sia con l’astensione, che con la dissimulazione. Entrambe poi,
postulano, come Mazzarino ricorda subito, la coltivazione di quel
Conosci te stesso, che è il nucleo di tutte le Tecnologie del Sé
(5) che ripresenta accuratamente, all’inizio della postmodernità, Michel
Foucault. Senza conoscenza del Sé, infatti, non si potrebbe individuare
da cosa astenersi. Né cosa dissimulare.
L’inconsapevolezza è infatti propria di quella “moltitudine concitata”,
cui appunto si contrappone il soggetto propriamente umano, l’uomo grave,
reso tale dalla conoscenza di sé, e dalla conseguente possibilità di
usare della discrezione. La virtù secentesca, che Mazzarino propone,
continuando Richelieu, è quella dell’astensione, del discretamente
trattenere, e non mostrare, ciò che non è indispensabile mettere in
campo per ottenere i propri obiettivi profondi, qualcosa che assomiglia
a ciò che molta accurata sociologia contemporanea, soprattutto
anglosassone, definisce “il progetto del sé” (6).
Ecco allora il ritratto del Cardinale fa dell’”uomo da bene”: “Lo
conoscerai dalla coerenza del tenor di sua vita, e se non ha ambizione,
e appetito di posti onorevoli, dalla niun’affettazione, o mostra della
propria modestia, e composizione esteriore, nelle azioni usuali: se non
è effeminato nel discorso, non volenteroso di far pompa.., e se è
parchissimo nel mangiare e nel bere”. Contenuto, discreto, ma
assolutamente non “malinconioso o flemmatico”. Individui dei quali
Mazzarino descrive poi subito manifestazioni e patologie.
La discrezione della tradizione occidentale, come quella delle arti
morali orientali, le arti marziali ad esempio, ha naturalmente anche un
aspetto fisico, sul quale il Cardinale insiste con cura. “Bilancia tutt’i
sentimenti, e i membri del tuo corpo: se l’occhio sia più del dovere
rilassato, il piede, o il capo, più obliquo del convenevole: esamina le
rughe della fronte e se nel camminare tu vada troppo lento, o molto
frettoloso.”
L’uomo da bene, discreto, è in ogni caso il contrario del narcisista.
Egli non ignora l’importanza del consenso: non a caso quest’elaborazione
della discrezione viene dai massimi attori politici dei tre grandi
secoli, dal quattrocento al seicento. Per ottenerlo però egli coltiva
tecniche più sottili, che non la seduzione superficiale, d’immagine. E’
con la forza della gravità e dell’equilibrio, conquistato con la
conoscenza di sé e con la discrezione, che egli ottiene quel consenso.
Il cardinale mette invece in guardia verso “i troppo gai, lisciardi, o
volonterosi di comparir belli agli occhi altrui; come anche quei, che
affettano comparir giovani, o somigliarsi alle donne”.
L’esibizione illuminista
Un modulo estetico, quello di Mazzarino, che percorre tutto
l’Occidente fin dall’età classica, e che entrerà in profonda crisi, fino
a venirne pressoché rovesciato, un secolo dopo, col settecento, con i
philosophes illuministi e le loro riunioni nei “salons” altoborghesi,
dove l’esibizione della ricchezza e del potere, che compare anche nella
diaristica dell’epoca, si mischia ad un “interagire discorsivo che
diventava giocoso, divertente. Vi si leggevano poemi satirici piuttosto
che epici; vi si facevano jeux de mots e jeux d’èsprit affermando, con
la prontezza di spirito e la capacità di socializzazione, il proprio
grado di nobiltà e di civiltà. Gli accademici furono “raffinati” da
signore agiate e colte..” (7).
La discrezione dell’Ancien Régime era, insomma, già diventata fuori
moda, e politicamente scorretta. Il segreto, di grande valore per
Mazzarino, comincia a diventare impopolare, e certo precetti come quelli
impartiti dal Cardinale: “I gesti sien rari. Il capo stia dritto.
Proferisci poche parole, e queste sieno come tante sentenze”, non sono
il miglior modo per gestire brillantemente un salotto.
Facciamo però un passo indietro. Abbiamo visto l’importanza che
Mazzarino attribuiva, almeno per il politico, alla pratica delle
dissimulazione.
Discrezione e dissimulazione: Torquato Accetto
Su quest’arte, che è parte integrante della discrezione, un testo di
riferimento è di certo il trattato Della dissimulazione onesta
(8)di Torquato Accetto, segretario del Duca d’Andria. Un tipo così
discreto che non se ne sa troppo bene neppure la data di nascita, circa
il 1590, né il luogo, probabilmente Trani. Scomparso dall’Italia da
subito dopo la pubblicazione, il trattato di Accetto viene così
riproposto da Benedetto Croce nel 1928, in pieno fascismo: “il breve
scritto è la meditazione di un’anima, piena della luce e dell’amore del
vero, che da questa luce e da quest’amore trae il proposito morale della
cautela e della dissimulazione…il ritirarsi in sé”.
Nel trattato per spiegare cosa sia la dissimulazione, definita “il non
fare vedere le cose come sono”, e perché sia “onesta”, Accetto cita,
come Machiavelli, ancora il libro primo dell’Eneide, e precisamente là
dove Enea, dopo aver rincuorato i compagni di navigazione, ricordando
loro la meta “spem vultu simulat, premit altum corde dolorem” (“in volto
simula speranza, soffoca nel cuore il profondo dolore” 1, 209). E lo
commenta: “questo verso contiene la simulazion de la speranza, e la
dissimulazione del dolore”. Che è “onesta” perché necessaria a
rinfrancare l’animo dei compagni, e condurli al Lazio, la meta indicata
dagli oracoli. Anche qui, nel passo di Accetto, troviamo questa
caratteristica di tutte le pratiche che accompagnano la discrezione: la
consapevolezza del limite cui l’uomo è sottoposto, ed il prezzo di
discrezione, di trattenimento, a volte di occultamento che questo
comporta. Siamo molto lontani dall’onnipotenza postilluminista: finora
sappiamo ancora bene che per ottenere qualcosa, occorre nasconderne
un’altra. E quest’operazione, per solito, è dolorosa, di un dolore che
non va mostrato. Accetto conclude questo capitolo citando Eraclito: “lux
sicca, anima sapientissima” (sguardo asciutto, anima molto sapiente).
La dissimulazione vale non solo verso gli altri, ma anche verso sé
stessi. E qui la questione, come tutta la pratica della discrezione,
rivela la propria delicatezza. Perché da una parte Accetto ribadisce,
naturalmente l’obbligatorietà del “conosci te stesso”, indispensabile
alla stessa consapevolezza di cosa dissimulare, dall’altra ammette che
“conviene che in qualche giorno colui ch’è misero si scordi della sua
disavventura, e cerchi di viver con qualche immagine almen di
soddisfazione, sì che sempre non abbia presente l’oggetto delle sue
miserie”. Lo psicoanalista saprà, più tardi, che la conoscenza della
propria nevrosi, ad esempio non deve diventare un’idea ossessiva. “Sarà
come un sonno dè pensieri stanchi, tenendo un poco chiusi gli occhi… per
meglio aprirli dopo così breve ristoro. Dico breve, perché facilmente si
muterebbe in letargo.”
Dissimulazione, che come tutte le componenti di Discrezione ha molto a
che fare col silenzio e col segreto, è particolarmente faticosa, come
già notavano Mazzarino, e Machiavelli, per “chi si stima più che in
effetto è”. Mentre Pitagora, ricorda Accetto, “sapendo parlare, insegnò
di tacere”. Che è poi il sapere di Giobbe, che di fronte alla prova cui
il Signore lo sottopone, si chiede : Non ho forse dissimulato? Non ho
taciuto? Non mi mantenni calmo?” Chi non conosce questa tripartizione
della saggezza discreta, si perde, infatti, molto prima.
Lo smarrimento tardomoderno della discrezione: la crisi del pudore
Come è accaduto al soggetto della modernità, e alla sua ubriacatura di
lumières e Illuminismi, con la loro ingenua – o piuttosto cinica-
convinzione a proposito del mostrare e dell’esibire. Del fare insomma
della vita umana uno spettacolo necessariamente “divertente”, da
presentare nei salons settecenteschi. Che nel corso dei due secoli
successivi diventano poi, con grave perdita di qualità, ma notevole
incremento di frequentatori, i talk e i reality show televisivi.
La riservatezza perde, in questa fase della storia dell’Occidente, il
suo carattere di virtù, e viene sospinta, più o meno apertamente, tra le
patologie, rispetto a quella “sociabilità” che l’Illuminismo adotta tra
i suoi valori portanti. Viene ormai codificata, e spesso arbitrariamente
estesa, la “fobia sociale”. “Mostrare tutto - osserva la psicoanalista
Monique Selz nel suo Il pudore. Un luogo di libertà (9), -
rimanda da un lato alla società dell’immagine nella quale viviamo, e,
dall’altro, alla scomparsa dei limiti. Significa che qualsiasi
intrusione è autorizzata”. La Selz collega questa modalità che
istituzionalizza qualsiasi violazione dell’intimità del soggetto umano,
dalla sessualità, alla sfera procreativa, all’affettività, alla
spiritualità, con lo sguardo oggettivante, reificante, applicato
all’uomo dopo le tre esperienze: quella del colonialismo, con la
riduzione dell’altro ad oggetto; quella del nazismo, durante la quale si
interviene direttamente sul suo corpo, per umiliarlo, mutarlo, o
distruggerlo; e quella del 68, che liberando desideri adolescenziali da
quella generazione alle successive, portò ad un indebolimento del tabù
dell’incesto, e, da lì, a tutte le manifestazioni della riservatezza e
del pudore. La situazione della famiglia davanti al reality show che
scorre al televisore, nella quale i genitori guardano coi loro figli le
performances sessuali degli adolescenti protagonisti dello show è, dice
la Selz, una sorta di “scena primaria” descritta da Freud, ma alla
rovescia. “Non sono più i bambini ad avere forse la tentazione di andare
a guardare dal buco della serratura la camera da letto dei genitori.
Sono invece questi ultimi che assistono in diretta ai trastulli sessuali
dei loro figli!”
Il risultato dell’abolizione del pudore è, oltre all’incremento della
pedofilia conseguente all’indebolimento del tabù dell’incesto, la
difficoltà nella relazione sentimentale e amorosa, che presuppone una
distanza, garantita appunto dal pudore, che consenta l’avvicinamento tra
i due, evitandone la fusione e distruzione di tipo consumistico.
Preoccupazioni analoghe, con importanti amplificazioni di tipo
antropologico, sono presentate nel bel saggio di Marta Appiani, Tabù:
elogio del pudore (10).
Tracce di un pensiero contemporaneo della discrezione
Nel delinearsi, e in attesa, di tali disastri, il pensiero contemporaneo
aveva, in realtà, fatto spazio a un atteggiamento di maggior discrezione
nei confronti della vita e del mondo.
Nel suo libro L’esercizio del silenzio (11), Pier Aldo Rovatti
propone che la sospensione fenomenologica, proposta da Husserl, “sia
interpretabile come silenzio, movimento di arresto. Questo silenzio come
passaggio dal non ascolto all’ascolto dei fenomeni ha a che fare con la
metaforica del vedere. Tra vedere (il nostro ovvio atteggiamento nei
confronti del mondo circostante) e ascoltare (l’attenzione
fenomenologica) corre la differenza che Husserl istituisce tra
esperienza ingenua, ed esperienza fenomenologica .. quando il soggetto
che fa esperienza riesce a produrre in sé stesso uno svuotamento e
dunque un’apertura”.
Il silenzio, e l’ascolto (12), il pudore dello sguardo, ci riportano già
nell’ambito, più prudente e timorato, della discrezione. Che ci
ripropone poi, con Heidegger, la considerazione dell’aletheia, della
verità, come “lo svelarsi di ciò che si fa presente entro un orizzonte
di velatezza.” A Delo, Heidegger comprende compiutamente che Aletheia è
“l’ambito del celare che svela”, che consente l’accesso alla phusis, la
natura, nella quale “ogni cosa appare nella sua figura, riceve la sua
impronta, profonda e insieme delicatamente fluttuante.” E contrappone
questo profondo svelarsi, accompagnato da velatezza a: “ciò che noi oggi
chiamiamo mondo, sterminato groviglio di apparecchiature tecniche di
informazione, che si è imposto alla phusis intatta, prendendone
totalmente possesso, ed è ormai possibile conoscere la natura, e
intervenire sul suo funzionamento solo secondo un calcolo” (13).
In questo confronto tra esibizione e discrezione, tra proclamazione ed
ascolto, tra luce ed ombra, tra silenzio e verbigerazione infantile, si
colloca l’antropologia junghiana, e l’esperienza clinica che ha saputo
avvalersene.
Abbiamo detto da subito che la discrezione è, innanzitutto, un modo di
proteggere il Sé dalle pretese di annullarlo (proprie ad esempio dei
regimi totalitari), e dalla ubris di un Io ineducato e/o inconsapevole,
che ne vorrebbe usurpare il posto. Come ricorda Pier Aldo Rovatti, “la
peculiarità junghiana è proprio il suo modo di tenere assieme luce ed
ombra, nella consapevolezza che il soggetto, il Sé, è, e non può non
essere, tale congiunzione”. Jung mette fortemente in guardia da “un
anomalo gonfiamento dell’Io”, da una coscienza “inflazionata” che
pretende come pienamente legittimo che la sua luce sia l’unico valore di
verità, o, più semplicemente, l’unica condizione accettabile e dunque
vera, l’unico progetto sensato…. Qui Jung è un critico radicale
dell’”ideologia” contemporanea, la quale considera come un bene
l’accrescimento dell’Io…. Assolutamente vitale per lui è in ogni caso
l’apertura di un’esperienza di sé che contenga l’inflazione dell’Io, e
restituisca realtà alla zona d’ombra” (14).
E’ all’interno di questo progetto psicologico (che è poi una necessità
sociale), di cui abbiamo sommariamente indicato i riferimenti di
pensiero, che va ripensata l’attualità, ed il prossimo futuro, della
discrezione e dei suoi saperi.
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