Il rinnovato interesse per l’esperienza religiosa, che coinvolge da
circa 30 anni tutto il mondo, ma è particolarmente visibile nello
scristianizzato Occidente, si è lungamente preparato nel tempo.
Si tratta del processo scaturito dalla riflessione sulle forme e
conseguenze del “processo di secolarizzazione” che ha separato, in modo
più netto dall’Illuminismo in poi, la vita dell’uomo dall’esperienza del
sacro, rinchiudendola al campo dei fenomeni. Questa riflessione ha
comportato una verifica delle procedure e risultati della
secolarizzazione alla luce di Scienze umane come l’antropologia,
l’archeologia, la psicologia del profondo, la scienza delle religioni,
ma anche di scienze tradizionalmente ritenute più “esatte” come la
fisica, la matematica, la biologia. I nuovi movimenti di laici aperti ed
interessati alla dimensione religiosa, ritenuta da loro, sempre più
spesso, termine di confronto obbligatorio sia nelle scelte individuali
che nel dibattito e nell’agire collettivo, sono l’ultimo risultato di
questo ultimo tratto del complesso cammino della coscienza occidentale.
Per certi versi, però, gli interrogativi dei laici sui risultati nella
vita umana della cacciata di Dio, erano cominciati ancor prima.
La riflessione weberiana sul “disincanto”
Nel momento stesso in cui all’inizio del secolo scorso, Max Weber
constata il “disincanto” della società industrializzata e burocratizzata
del primo novecento, apre esplicitamente una riflessione preoccupata
sulla contraddizione tra coltivazione del Sé, del progetto della
personalità individuale, e le costrizioni imposte dall’ordine secolare e
razionale (1) della società burocratica del “disincanto”. Ed è sempre
già Weber a riflettere su quelle contraddittorie interazioni tra
mercato, Stato, ed ordine simbolico rappresentato dalle Chiese
cristiane, che costituiscono la trama autentica della società
occidentale. E’ sempre lui che nel 1905, nel suo lavoro su L’etica
protestante e lo spirito del capitalismo(2) , si domanda se, «alla
fine di questo enorme sviluppo, vi saranno profezie interamente nuove o
una potente rinascita di principi ideali antichi, oppure ancora… una
pietrificazione meccanizzata, adorna di una specie di importanza,
spasmodicamente autoattribuitasi. Poiché invero per gli ultimi uomini…
di questa civiltà potrebbero diventare vere le parole: specialisti
senza spirito, edonisti senza cuore: questo nulla si immagina di essere
asceso a un grado di umanità non mai prima raggiunto» (3) .
L’ombra della crisi del razionalismo post illuminista, e delle sue
traduzioni tecnico-economiche, e politiche, era insomma già delineata
nel momento del suo massimo splendore. Non solo con Weber, ma,
nell’indagine psico-antropologica, con la ri/scoperta dell’inconscio di
Freud, seppur nei limiti del suo rispetto per lo scientismo dell’epoca
(4), e, soprattutto, nell’opera del suo ex allievo prediletto, Carl
Gustav Jung.
C.G. Jung e i convegni di Eranos
Lo psichiatra svizzero riconosce con precisione segni e manifestazioni
del sacro nell’inconscio delle persone, che sono psichicamente
sofferenti, a suo avviso, anche proprio perché non in grado di lasciarsi
interpellare dal senso religioso che pur li incalza. Appunto per
investigare meglio la portata, anche scientifica oltre che clinica, del
fenomeno religioso, e del suo allontanamento nella vita “ufficiale”
dell’uomo di oggi, C.G. Jung raduna nelle Conferenze di Casa Eranos (sul
Lago Maggiore, in Ticino), per circa vent’anni, dagli anni trenta alla
sua morte, nel 1961 (ma gli incontri durarono poi fino alla metà degli
anni novanta), scienziati di tutto il mondo, e delle più varie
discipline. Dalla fisica, cui s’era sempre interessato, alla storia
delle religioni, alla filosofia, alla biologia, alle matematiche,
all’archeologia. Egli intende in questi incontri raccogliere la
testimonianza e il parere di questi scienziati sulla presenza ed il
significato del fenomeno religioso oggi, nei diversi campi della
ricerca.
L’investigazione scientifica dell’attualità e del significato del
fenomeno religioso, rappresenta insomma un filo rosso che continua per
tutto il novecento, partendo dai lavori di Weber per svilupparsi poi
attraverso le riflessioni di personalità di prima grandezza, da Carl
Gustav Jung a Walter Otto, a Martin Buber a Henry Puech, a Paul Radin, a
Mircea Eliade a Heinrich Zimmer, a Karoly Kereny, a Henry Corbin, a
Adolf Portmann, a James Hillmann, per non citare che alcuni nomi dei
conferenzieri di Eranos. Come scrisse poi Henry Corbin, «tutte le
Conferenze si organizzano intorno ad un unico centro: l’immagine di sé
che l’uomo scopre nel suo proprio universo» (5) . Ma quest’immagine,
ogni scienza lo testimonia relazione dopo relazione, congiunge in ognuno
di noi la terra al cielo, l’umano al divino che lo rappresenta in un
ordine simbolico, e gli dà unità e senso.
E’ questa poi la “totalità” alla ricerca della quale prende forma e
movimento quel Sé che è al centro, secondo Jung, della psiche umana,
silenzioso motore del suo sviluppo, e del suo destino. Nello stesso
scritto, in cui riflette sull’esperienza di Eranos, l’islamologo Corbin
nota: «Non è possibile rivaleggiare con e contro una socializzazione
scientifica, materialistica ed atea, con un conformismo da persone
perbene, che non trovano altra giustificazione al loro essere se non
nella loro attività sociale, né altro fondamento alla loro conoscenza se
non nelle “scienze sociali”. Il no che bisogna proclamare procede da un
altro imperativo. Esso trae la sua energia dal fulmine che congiunge
Cielo e Terra, non da qualche linea di forza orizzontale che si perde in
un illimitato da cui non sorge alcun senso»(6) .
La parzialità della dimensione orizzontale
Esiste insomma nella cultura occidentale una “nostalgia della
verticalità” del rapporto con il divino (il fulmine che congiunge cielo
e terra è anche Gesù Cristo), da cui il citoyen delle Rivoluzioni
borghesi è stato separato col processo di secolarizzazione. «Colui che
ha tagliato la testa al re», ha scritto Balzac, «ha tagliato la testa a
tutti i padri di Francia». Trasformando così i loro figli in orfani, la
condizione propria dell’uomo occidentale, senza padre perché senza Dio,
quel Dio che comunicava con Re di diritto divino, e al quale, con la sua
decapitazione (ed in tanti altri modi, successivi), è stata tolta la
parola. L’“infelicità borghese” descritta dalla cultura occidentale fino
a quando ha avuto la forza di esprimere una narrativa (prima cioè di
precipitare nel delirio, nel rantolo, o nel fumetto), parla di questo
essere orfani, e di questa nostalgia di Dio.
La cui cacciata, con la Rivoluzione Francese e con i suoi successivi
esiti, le guerre degli Stati Nazione, poi quelle mondiali con i loro
attori totalitari, è caratterizzata da una recrudescenza del disprezzo
per l'uomo, dell'intolleranza, e delle persecuzioni. L’ostilità
dell’uomo per l’uomo cresce (spesso in nome del progresso) con
l’allontanamento da Dio, e diventa massacro, discriminazione, sterminio,
in nome delle nuove fedi, non più religiose ma ideologiche, della nostra
civiltà.
Appartenenza ideologica vs. appartenenza religiosa
Poiché appartenere bisogna, per avere un’identità che ci consenta di
affrontare la vita al di fuori degli intellettualismi altoborghesi sul
pensiero debole e l’identità debole, l’appartenenza religiosa viene
sostituita (anche nel “debolismo”) con l’appartenenza ideologica. Un
processo che appare nel suo completo sfinimento solo negli anni novanta
del secolo scorso, con la dissoluzione dell’URSS. Che coincide, in tutto
il mondo, da una parte con l’affermazione dei nuovi processi di
globalizzazione di segno capitalistico, dall’altra col recupero delle
identità tradizionali, pre-ideologiche, nelle quali forte è la
componente religiosa. Il papato di Karol Wojtyla, così come la ripresa
della partecipazione religiosa nel mondo cristiano, e nel mondo islamico
(dove, quando si lega ad aspetti ideologici, diventa fondamentalismo),
sono espressione, a mio modo di vedere, di questo processo.
Che cresce come reazione all’indebolimento identitario prodotto dal
processo di secolarizzazione, e dalla modificazione da esso prodotta
nella relazione degli individui e dei gruppi col campo simbolico, fonte
e sostegno di contenuti identitari forti.
Foucault (7) ha dimostrato come le nuove strutture di potere della
modernità abbiano sostituito l'antica simbolica del sangue, cui si
riferiva, ad esempio, tutto il processo penale, e l'idea di colpa, e
espiazione. Ciò, assieme all'accantonamento della simbolica della
materia, (analizzato, e deplorato, da Gaston Bachelard), ha fortemente
indebolito la relazione del soggetto col mondo simbolico, privandolo dei
contenuti identitari che ne discendevano.
L'individuo della modernità è quindi passato dallo stato di soggetto,
definito in un ordine simbolico cui lui stesso appartiene, a quello di
oggetto destinatario, consumatore, di altri oggetti che ne definiscono
provvisoriamente appartenenze e caratteristiche. E' il consumo che nella
società occidentale della tarda modernità definisce appartenenza e
identità.
Gli oggetti di cui l'individuo è destinatario non sono poi, corpi,
aspetti organici, naturali, iscritti nella simbolica della natura, ma
oggetti astratti, anche culturali, fabbricati continuamente
dall'organizzazione sociale. Tra questi prodotti culturali, quelli di
cui ci si è maggiormente serviti, come fornitori e produttori di
appartenenza, sono i sistemi ideologici. E’ con l’adesione a prodotti
culturali a forte contenuto ideologico che la modernità ha tentato di
costruire della appartenenze sostitutive delle precedenti identità,
fondate sulle fedi religiose, e sui riferimenti simbolici (nel
Cristianesimo le figure archetipiche del Padre, del Figlio, dello
Spirito, e della Vergine, che li accompagnavano). In questa operazione,
che procede in modo più spedito dopo l’Illuminismo, il riferimento alla
ragione come nuovo archetipo, sostitutivo dei precedenti, è evidente fin
dall’inizio, con l’edificazione di statue alla dea Ragione, al posto di
quelle dei Santi e Re cristiani.
Il fallimento delle ideologie
L’esperimento tuttavia fallisce. Sia perché porta all’edificazione di
sistemi sociali come i totalitarismi, in cui gli elementi irrazionali
sono prevalenti, anche se coperti da forme razionalizzanti, che
mascherano deliri e rituali ossessivi (ad esempio le procedure
inquisitorie del “centralismo democratico”). Sia soprattutto perché la
ragione umana, che, come dimostra (anche) la psicologia del profondo,
tende alla totalità ed all’infinitezza, non è affatto rappresentata dal
razionalismo del potere materialistico, che nega proprio questo suo
tratto costitutivo e specifico.
All’interno del fallimento del tentativo di rimpiazzare Dio con una
razionalità di tipo oggettuale, rappresentativa degli oggetti fabbricati
e non dell’uomo che li inventa e produce, prende sempre più vigore il
tentativo di sostituire ai prodotti di natura più "materiale", destinati
cioè alla sopravvivenza dei corpi, quelli tecnologico-culturali,
destinati cioè ad applicazioni che tendono a sostituirsi ai corpi ed al
loro funzionamento secondo l’ordine naturale. L'aspetto della
fabbricazione culturale (sospinto dall’ideologia di un progresso
scientifico fondato sul razionalismo materialistico, e non sulla ragione
umana), tende a prendere il sopravvento sulla necessità biologica e
naturale. Questo sviluppo è naturalmente legato a quella cacciata del
simbolico, che è alla base dello stesso processo di secolarizzazione.
Mondo simbolico e mondo naturale sono infatti l’uno l’interfaccia
dell’altro, ed insieme le due rappresentazioni compongono la visione
religiosa del mondo e della vita.
Astrazione tecnologica e vita umana
L'accento viene invece posto sempre di più su produzioni astratte, di
tipo scientifico, tecnologico, e intellettuale, che tendono a debordare
sempre più esplicitamente sulle forme della vita, morte, e riproduzione
umana, cercando di sostituire quelle naturali, ancora riferite agli
ordini simbolici, e naturali. L’esempio più evidente è lo stesso corpo
umano che tende ad essere inglobato in questo processo di fabbricazione.
Mentre, come osserva Giddens, nelle società tradizionali «il corpo era
un aspetto della natura, governato fondamentalmente da processi solo
marginalmente soggetti all'intervento umano», noi ora siamo in grado di
"ristrutturare" il nostro corpo, che viene definito: "profondamente
permeabile", e siamo diventati «responsabili del design dei nostri
stessi corpi». Ma anche della loro fabbricazione dall’esterno, in
laboratorio, eventualmente manipolando o sopprimendo altri corpi
viventi.
Anche nello stile di vita gli aspetti materiali legati
all'organizzazione istintuale, hanno perso importanza, a favore di
aspetti di superficie, astratti. Così cibo (con la coscienza del suo
gusto e qualità), riposo, sessualità intesa come pulsione elementare,
lasciano spazio al prestigio sociale, l'immagine, il successo, il
comportamento socialmente suggerito, e così via. Lo stesso travestimento
linguistico e comportamentale del “politically correct”, accurato nel
coprire gli aspetti "naturali" delle situazioni e delle persone,
illustra questa tendenza. La “correttezza” sostituisce ed allontana i
riferimenti simbolici. E indebolisce l’identità, la percezione di sé, e
la reale capacità di accettare l’altro come portatore di significato,
nella sua diversità.
La perdita di relazione con la materia e i suoi simboli, diventa così
perdita con la dimensione trascendente in cui essa è iscritta, perdita
di relazione col sacro naturale, col simbolico che lo esprime, definendo
appartenenze e identità.
Se ci riferiamo alla cultura nel senso antropologico di un sapere
sociale che guida e struttura i comportamenti e la visione del mondo di
un gruppo umano in un dato momento o periodo storico, possiamo allora
affermare che quella della modernità occidentale produce un deficit
individuativo.
Come osservava Bachelard infatti, l'enfasi posta sulle forme astratte ha
fatto sì che «venisse sottovalutata la potenza individualizzante della
materia», e della sua capacità educativa e morale. Intellettualismo ed
ideologismo costruiscono un soggetto debole, certo, ma anche non educato
e moralmente fragile. Quindi, anche poco appassionato alla vita. Come
dimostra il diffondersi di manifestazioni depressive, spesso camuffate
da atteggiamenti euforici.
La riscoperta del mondo simbolico
Di fronte a questo indebolimento identitario, l'inconscio, sia personale
che collettivo, costella dunque, attiva, come principio terapeutico, un
movimento di ri/scoperta del mondo simbolico, con i suoi referenti
“alti”, le rappresentazioni e fedi religiose, ed i suoi corrispondenti,
materiali, la simbolica della natura. Torna insomma ai due riferimenti
fondamentali della vita e dell’identità individuale e collettiva. Cui la
Chiesa prontamente risponde: non è un caso se la prima enciclica di
Benedetto XVI, la Deus Caritas est, inaugura tutta una serie di
interventi papali anche sul senso dell’amore tra uomo e donna (su cui
Ratzinger era già intervenuto da Cardinale), e sul valore religioso e
trascendente dell’attrazione sessuale. L’attuale Papa insomma,
continuando ed esplicitando le posizioni del predecessore, sembra aver
colto perfettamente l’urgenza di rispondere con una forte riproposta
della simbolica cristiana, nei suoi due aspetti trascendente e naturale,
all’ideologismo astratto della morte di Dio e alla sua sostituzione con
un uomo progressivamente disincarnato e robotizzato, anche
affettivamente e cognitivamente.
Di fronte ad un deficit identitario l'inconscio costella, attiva, la
materia, per utilizzarne la potenzialità individuativa. Come osserva
Gaston Bachelard: «I primi sogni del bambino sono sogni materiali, di
elementi organici». E' solo a partire da quelli che prendono poi forma i
"grandi sogni" dell'infanzia, che presentano i miti di origine, e di
destino dell'individuo.
La riproposizione del Cristianesimo non come ideologia o morale, ma come
incontro con un Cristo di carne e di sangue, che Ratzinger accentua
ancor più di Wojtyla, ed in modo assai vicino a Giussani, ripresenta un
Dio fatto uomo, che l’uomo incontra nell’elementarità fisica ed
affettiva della propria vita, e non nella freddezza dei concetti
intellettuali. Quell’elementarità che fonda la concreta razionalità
umana, mentre il compiacimento intellettuale è la prima sede del delirio
di onnipotenza, e della sostituzione dell’uomo a Dio, come misura di
tutte le cose.
Così l'attivazione della materia e dei legami primordiali assicurati dai
suoi contenuti tradizionali (la terra, le relazioni di discendenza, i
valori condivisi), - in reazione all'universo intellettualizzato
dell'alta modernità - muove a quella ricerca di appartenenze originarie,
sede di aspetti forti dell'identità, che è specifica dell'attuale fase
postmoderna.
Il ritorno delle voces e il nouvel énchantement
In questa prospettiva vanno ricordati i tre grandi fenomeni sviluppatisi
nel secolo scorso, delineando per la fine millennio uno scenario che
appariva già come assediato da un ritorno fastoso, seppur per ora
caotico, delle "voces", delle grandi immagini portatrici di significato
senza le quali il suddito delle moderne democrazie appare più fragile e
disorientato dell'ultimo degli schiavi.
Il primo fenomeno è il "Nouvel ésprit scientifique" come lo presentava
Bachelard negli anni trenta, ed ancor più come lo rilegge Durand
dall'ottanta in poi, contrapponendo «l'inaridimento delle due mammelle
del positivismo classico: il razionalismo e la Razionalità della
storia», alla scoperta che mentre la scienza rapidamente decade, la
poetica rimane, e percepisce fenomeni profondi, e duraturi.
L'intuizione poetica, cui Bachelard restituisce valore di conoscenza,
(più affidabile, di maggiore ricchezza morale, e potenzialità
individuativa, di quella scientifica), è come la Fenice di Octavio Paz
che, ricorda il filosofo, «strappa ardenti risposte alle sommità». E
restituisce così senso agli aspetti materiali, per certi versi arcaici,
dell'esistenza, e spessore all'identità personale e collettiva.
Questo fenomeno si sviluppa poi all'interno di quel processo generale di
"Nouvel énchantement" come lo chiama Durand, contrapponendolo al
"disincanto" (Entzauberung) del mondo e della città che Max Weber aveva
visto, non senza preoccupazione, caratterizzare la modernità.
Protagonisti del Nouvel énchantement sono quegli estremi referenti di
ogni diversità e di ogni appartenenza che Jung ha chiamato Archetipi.
Invarianti psichiche, di natura trascendente, fondanti nell'inconscio
collettivo la simbolica degli istinti e dei legami primordiali, e
fortemente attive nella ricerca identitaria postmoderna. Dotati della
forza del sacro, questi simboli fondatori delle appartenenze forniscono
a individui e a comunità direzione forte nel presente e verso il futuro,
oltre che partecipazione al passato, affrancandoli dalla china
inquisitoria delle società secolarizzate. Giovanni Paolo II ha
certamente raccolto il bisogno di Padre espresso da una cristianità
orfana di Dio, riattivando, attraverso la forza archetipica del Padre la
forza salvifica del Figlio dell’uomo.
L'intervento archetipale, nel mondo globale cui viene ridato spazio e
voce alle culture tradizionali, toglie forza alla burocrazia normativa
delle ultime versioni degli Stati nazione sorti dalle rivoluzioni
borghesi, per ridare voce ai simboli eterni che riprendono forma e
direzione nelle diverse culture.
E' qui prefigurato il ritorno in grande stile, cui oggi assistiamo,
della "metacultura ctonia" (come la definisce brillantemente il
sociologo Edward Tiryakian), che afferma «la terra come luogo
primordiale della realtà, e le forze vitali che occorre coltivare,
sviluppare o placare per assicurare il processo di sopravvivenza».
Questi tre processi: il Nouvel Esprit Scientifique di Bachelard con i
suoi successivi sviluppi epistemologici, che hanno riunificato l'uomo
col mondo permettendogli di tornare ad intendere le "voces"; il Nouvel
Enchantement di Durand che può quindi osservare come gli Archetipi siano
tornati ad animare la scena del mondo; ed infine la stessa
globalizzazione, che relativizza fortemente la posizione dell'Occidente
e delle sue istituzioni rispetto a culture in gran parte
presecolarizzate nelle quali il sapere naturale del sacro è ancora
presente ed onorato, accompagnano la nuova consapevolezza dell’uomo
occidentale all’inizio del terzo millennio. Egli coglie perfettamente
l’urgenza, vitale, di ritrovare quel filo religioso che sapeva collegare
le vicende umane, espresse in modo insostituibile nella simbolica della
natura, con le immagini archetipiche dell’avvenimento religioso
cristiano, nelle quali risiede la sua storia, la sua identità presente,
ed il suo destino futuro.
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