In fondo è il letto. Di Claudio Risé
 

Nella storia di ognuno di noi, di ogni personaggio di romanzo, o di ogni raccolta di vite di santi, o di malfattori, in fondo c’è un letto. In fondo ai ricordi, in fondo alla propria vita, nel punto di origine, e di destinazione finale, nel fondo dell’angoscia e del piacere, c'é il letto. Evocato a volte, rivisto, sdraiati su un letto speciale: il lettino dell’analista. Il letto si trova dunque, per sua natura, nelle profondità dell’abitare, e dell’abitazione. Esposto, ma anche, per esigenza profonda, nascosto.

Il letto esposto del consumo

Certo il processo di progressiva esposizione al pubblico che  coinvolge il rapporto tra gli abitanti della casa e il mondo che li guarda, e cui essi guardano per trovare uno stile abitativo, non l’ha risparmiato. Ho visto un manifesto Ikea raffigurante letti di vario tipo, che dice: "Prima di sposarvi passavate da un letto all'altro? Beh, continuate a farlo. ma sui nostri". La banalizzazione del consumo, tuttavia, non riesce ad inghiottire totalmente la profondità cui il letto rimanda. Persino allora il manifesto che lo pubblicizza, in quell'alludere al prima e dopo il matrimonio, e a cosa accade sul letto, si fa narrazione, romanzo, storia di vita. Così, anche in questo processo di progressiva esposizione cui non può sottrarsi in quanto bene di consumo, il letto rimane comunque quell’inquietante luogo, insieme originario e “finale”. Spazio fisico, ma sopratutto simbolico, e insieme manufatto, inevitabilmente misterioso. 
E’ infatti in quel luogo, più che in ogni altro, che la casa, e chi la abita, giocano il senso della propria esistenza, e il proprio futuro.
Il letto rappresenta a mio modo di vedere (forse con la soglia) il più meta/fisico dei luoghi dell’abitare. Esso interpreta ed occupa uno spazio/ tempo liminare, di contatto tra il mondo di veglia e quello del sonno, tra quello della coscienza e quello dell’inconscio, tra quello del dovere (e della stanchezza prodotta dall’assolvervi), e quello del piacere e del riposo.

Incontro tra le generazioni

Inoltre il letto rimane (anche se insidiato da apposite macchine, e provette), il luogo centrale della procreazione. E quindi del rapporto – soprattutto a livello immaginale - tra le generazioni. Tra gli attuali membri della famiglia e quelli futuri, che prenderanno forma proprio in quel luogo. Ma anche quelli passati: letto e soglia sono in tutte le culture i luoghi dove sono presenti, con immagini, devozioni, e paure diverse, gli avi, gli antenati.
Per i latini, è il: Lectus genialis,  sia perché vi si genera, sia perché sono presenti i geni degli antenati. Presentissimi certo quando in quello stesso letto morirono, come in epoche di maggior durata degli oggetti di arredamento. Ma presenti anche oggi, se non altro perché è in quel luogo che appaiono, nei sogni, per gran parte della vita. Ed in quel luogo, del resto, ognuno di noi rimarrà esposto, da morto, allo sguardo dei discendenti.
Nella cultura Dogon, dalla straordinaria ricchezza simbolica, questo incrocio tra le generazioni (oltre alla natura del letto di terreno di fecondazione, su cui torneremo più avanti), è accuratamente rappresentato. Sotto il letto nuziale vengono collocati i grani della semina; sopra, la coperta usata per i funerali. Il letto è dunque il luogo dove si compie l’inseminazione, come lo è il campo. La semina di nuove vite umane è tuttavia racchiusa nella storia degli  antenati, richiamati dalla coperta funebre. 

Il letto e la vita

Il connubio vita-morte nel letto è presente persino nelle norme che ne regolano la fabbricazione. Nell’antica Germania del Nord, ad esempio, il letto nuziale doveva essere costruito in legno ormai  seccato, ma ricavato da alberi viventi, appositamente tagliati. Da questo dipendeva la vitalità e la fertilità dell’unione.
Per la sua importanza strategica nella vita della coppia, nei Monti Metalliferi (Arzgebirge), quando si allestiva una nuova casa, il letto doveva esservi introdotto prima di ogni altro oggetto. Annunciatore della vita che andava inaugurandosi in quella casa, il letto annunciava anche il futuro della casa, e della coppia che la abitava. I sogni che si facevano nel nuovo letto infatti, erano ritenuti  premonitori. 
La sua relazione con la vita, inoltre, conferisce al letto, nell’immaginazione popolare, la possibilità di intervenirvi, scandendo i ritmi vitali del sonno e della veglia. Nello Schleswig – Holstein, per non dormire troppo a lungo la mattina, si deve scandire l’ora alla quale ci si vuole svegliare battendo l’alluce, il ditone del piede, sulla colonna del letto,.[i]
In quanto immagine di confine, e di contatto, il letto è anche luogo di confronto, e di conflitto. Conflitto formativo, ma anche decisivo, tra padri e figli, progenitori e discendenti. Quando Giacobbe chiama attorno al suo letto i figli, progenitori delle dodici tribù di Israele (Gen. 49), si rivolge per primo al primogenito, Ruben, che chiama "la mia forza, la primizia del mio vigore", ma non gli attribuisce la preminenza sui fratelli: "perché sei salito sul letto di tuo padre, e l'hai profanato. Egli – dice agli altri figli - é salito sul  mio letto."
Il letto del padre é dunque anche un altare, al quale il figlio non deve avvicinarsi senza il suo consenso. Attraverso questo sacrificio simbolico dell'incesto, la rinuncia al letto paterno, il figlio diventa adulto, e solo allora sarà in grado di succedere alla dignità paterna.  

Il letto come tomba

Ma nell’episodio di Giacobbe, che dal letto vede, ed organizza, la vita futura della sua stirpe, delle 12 tribù di Israele, appare anche chiara la parentela tra il letto e la tomba, la posizione liminare del letto rispetto alla morte. Giacobbe, che prima è disteso nel letto, quando parla con i figli vi si siede sopra, lasciando pendere i piedi verso terra. Quando poi ha terminato li ritira: “ritirò i suoi piedi nel letto” Gen. 49, 33. Allora si sdraia , e muore.
Nell’ antica Germania, nella zona di Würtenberg, si usava   aggiungere alla tomba anche un letto, sul quale si appoggiava il morto. Allora, la tomba veniva chiamata anche “letto”. Nelle saghe le tombe venivano anche definite :i “letti di pietra”, o “letti degli spiriti”.
Se la tomba è una sorta di letto, e il letto la prima tomba del morto, questa stessa contiguità tra i due manufatti impone, in vita, una precisa distanza e diversità di orientamento, perché il letto del vivente spinga in direzione opposta alla morte. Questa preoccupazione ispira nelle culture tradizionali l’attenzione per  l’orientamento e la collocazione del letto nella stanza, che deve allontanare per quanto possibile ogni vicinanza con un orientamento verso la morte, e la fatica.
In alcune zone della Germania (Schlesien, Erzgebirge, Voigtland, Hessen, im Harz, Braunschweig, Lauenburg), i piedi del letto non devono essere diretti verso la porta. Soltanto il letto del morente viene collocato cosi’, per rendergli più leggera la morte, e agevolargli l’uscita dalla casa, da cui uscirà, appunto, coi piedi avanti. Questa preoccupazione che i piedi diretti verso la porta  possano prendere la direzione di un’uscita dalla vita ispira molte superstizioni su come uscire dal letto, come quella che raccomanda, la mattina dopo la sveglia, di non  appoggiarsi per terra con tutti e due i piedi rivolti verso l’esterno dal letto, ma casomai all’inverso. [ii]
Questa visione è in qualche modo confermata dalla concezione cristiana, dove il modello è quello del Cristo pasquale, morto e rinato, e l’accento è dunque posto sull’andarsene dal letto tomba, per camminare, risanati, nel mondo. Così il paralitico guarito dal Cristo, immagine di resurrezione, riceve l’ordine di portare con sé il suo letto, divenuto ormai l’immagine del suo corpo risanato.   
In altre zone il letto non deve essere direzionato verso il cimitero .  A Oldenburg lo sdraiato non deve guardare verso la luce, perche’ cosi’ si collocano i morti. Un malato ha infine piu’ dolori, se il letto e’ posto sotto la trave portante, come se la fatica del reggere la casa si trasmettesse al letto. Il letto di un morente, invece, si mette proprio li’.
Il letto come confine tra vita e morte, attira l’attenzione dei vivi sulla predilezione che gli spiriti hanno per il loro antico giaciglio. Per questo per un periodo non si va nel letto di un morto. E in alcune leggende, per quel periodo ogni giorno si doveva fare il letto ad uno spirito. Dopo che il lutto è finito, e lo spirito del defunto è stato inviato all’aldilà con i riti appropriati, occorre fare attenzione a non lasciare aperto un letto durante il giorno, perché può sempre infilarcisi dentro uno spirito inquieto. Il letto va fatto al mattino, con la luce; se viene preparato alla sera, può diventare ricettacolo di insetti (eco dello zoroastrismo: gli insetti sono protetti da Ahriman, demone della notte e della morte, mentre la vita è tutelata da Azura Mazda, dio solare e di luce, e da Mitra, suo alleato). [iii]

Il letto , luogo dell’orizzontalità

Esso rappresenta, nella simbolica dell'abitare, la terra stessa: luogo della generazione, e del riassorbimento nell'eterno divenire, luogo del riposo, che darà poi i suoi frutti. Il letto é, nella casa, il campo, compreso il significato più propriamente fisico del termine, di "campo di energie". E' su quel campo, più che in ogni altro spazio della casa, che si sviluppano le energie dell' incontro e confronto con l’altro, con l'umano, ma anche con gli Dei, e con i demoni. Il letto definisce insomma un campo energetico che raccoglie forze di origine, e direzione, contrastanti. Dalla sua capacità di riceverle , e comporne le dissonanze, senza però spegnerne la forza dipende, in modo non solo metaforico, il benessere dell’individuo, e della piccola comunità in cui si muove.
In quanto terra generatrice ed accogliente, campo, il letto rappresenta il mondo dell’orizzontalità nella vita dell’uomo, e del suo abitare. Un’orizzontalità, una piattezza, che ha tuttavia le sue prove, da vincere.
Una delle immagini che con più ricchezza rappresenta le prove del letto è quella rappresentata dal Lit Marveil, il letto del Chastel Marveil del mago nero Klingsor, sul quale (nella narrazione del Parsifal) si deve avventurare il doppio “mondano” del selvatico Parsifal, il nobile Galvano, per conquistare la bella Orgéleuse, la donna orgogliosa che di quel mago è in certo modo alleata. La conquista dell’orgogliosa, tappa obbligata e difficile nel raggiungimento della completezza, della totalità psichica, è a sua volta necessaria perché Parsifal diventi Re del Graal. Ho raccontato  la prova del Lit Marveil , attingendo da più fondi (ma soprattutto dal Minnesanger tedesco Wolfram von Eschenbach), nel mio libro:  Parsifal, pubblicato da Red. (P.120 e segg) .Aspetti interessanti. della prova sono: la mobilità del letto (che ruota velocissimo su sé stesso, e sul quale occorre dunque balzare), e le diverse e fortissime forze aggressive che lo circondano e, in certo senso, custodiscono: da plotoni di arceri, che scagliano le loro balestre su chi vi sale, a pietre che grandinano sopra di lui, agli animali feroci che irrompono infine nella sala. Lit Marvel infatti, letto meraviglioso, archetipo della pericolosità del letto, del letto come prova, ha diverse particolarità. E’ il luogo dell’incontro obbligato con la rozzezza umana e con gli animali feroci di cui essa è annunciatrice. Fin qui la simbologia è assai trasparente: meraviglioso che sia, esso è il luogo dove fatalmente si apre la strada la pulsione cieca e l’istinto, con la sua spinta aggressiva. Anche i tiratori scelti, coi loro tiri mirati, e le pietre che cadono (che rimandano alla simbologia dei pesi che gravano sul dormiente, come le diverse immagini di in/cubi), sono abbastanza trasparenti.
Più curioso, per certi versi sorprendente, è il movimento del letto, che si immagina spesso come immobile, luogo del “rest”, della pausa e del riposo. Eppure, è uno dei tratti maggiormente ricorrenti nella simbolica del letto.
La pratica religiosa, del resto, conosce bene l’irrequietezza dei letti,   cercando di contrastarvi. Nel salmo N. 4, che si recita nelle preghiere di Compieta, le ultime della giornata, si esorta:
Sul vostro giaciglio riflettete, e placatevi, come se sul giaciglio, di per sé apparentemente immobile,   occorresse opporsi alla spinta contraria, all’irreflessibità, e all’irrequietezza.  Nelle fiabe dei ragazzi che vanno in cerca della paura ad esempio (un classico tema dell’iniziazione dell’adolescente), a un certo punto, nella loro quest di prove rischiose, essi capitano in un castello, dove c’è un letto che quando ci si buttano sopra comincia a correre dappertutto. In “storia di uno che andò in cerca della paura” –ad esempio- raccolta dai Grimm, il ragazzo “come volle chiudere gli occhi, il letto cominciò a muoversi da solo, e andò a spasso per tutto il castello”. “Benissimo, disse il giovane “ancora più in fretta” Allora il letto cominciò a rotolare su e giù per soglie e scale, come se fosse trainato da sei cavalli. D’un tratto, hopp, hopp, si ribaltò a gambe all’aria, e gli restò addosso. Allora egli scagliò in aria coperte e cuscini, saltò fuori e disse: “Adesso vada a spasso chi ne ha voglia!” Si distese accanto al fuoco, e dormì fino a giorno”.
Anche nelle varie versione della fiaba milanese Giuanin sensa paura, Giovanni, alla ricerca della paura che non trova, si stende sul letto, che prende a correre e a sobbalzare, e lui non se ne spaventa affatto. Nella storia dei Grimm citata prima, però, il letto ricompare, proprio alla fine, ed è allora teatro di un altro vissuto, piuttosto interessante. Il giovane ha ormai superato tutte le prove, guadagnando enormi tesori, tra i quali la figlia del re, come sposa.  Quando si corica con lei la prima notte però, ancora si lamenta di non aver finora trovato la paura, la “pelle d’oca”, che cercava. La sposa, naturalmente, si infastidisce. E la sua fantesca “disse: ci penserò io” .Uscì, e fece riempire  un secchio di ghiozzi. Di notte, mentre il giovane dormiva, sua moglie gli tolse la coperta, e gli rovesciò addosso il secchio pieno di acqua gelata coi ghiozzi, cosicché i pesciolini gli guizzarono intorno. Allora si svegliò e gridò: “Ah che pelle d’oca, che pelle d’oca, moglie mia! Sì, ora so cos’è la pelle d’oca”.
Incapace di impaurire quando ci si dorme da soli, il letto dà invece subito la pelle d’oca quando diventa il letto coniugale, sotto l’acqua gelata, con ghiozzi, rovesciata in piena notte dalla moglie.
Mi viene in mente a questo punto una domanda, da rivolgere ai signori architetti: perché i letti, quando la coppia sopra ci si muove, si muovono così tanto, anche i più pesanti? Come se non riuscissero (ma forse anche non volessero), proprio come in queste fiabe, contrastare il movimento della sessualità, ed anzi ne fossero  complici ed istigatori.

Il letto e la comunicazione verticale

Spazio orizzontale per eccellenza dunque, il letto viene tuttavia incorporato nelle avventure della verticalità umana: dal letto si prega, e si sogna. E’ in quel luogo che si affaccia, più che in ogni altro spazio, la possibilità dell’estasi. Le vicende dei mistici, le loro visioni celesti, così come le loro tentazioni più immonde e turpi, si presentano, assai spesso, nel letto.
La sua zona è sede di intense comunicazioni terra – cielo -inferi.
Certamente nel momento della nascita, in cui il bambino “viene alla luce”, secondo le religioni,da territori ultraterreni dove la sua anima prima si trovava. Ed anche nel momento della morte, in cui, anche con appositi riti, come l’estrema unzione cattolica, o il Bardo tibetano e orientale, l’anima viene, dal letto, aiutata a staccarsi e tornare in quei territori ultraterreni.  
Qualche volta ciò richiede una comunicazione diretta, addirittura fisica, tra la terra e il cielo. Un giorno, ad esempio, a Pamplona,  san Vincenzo Ferrier venne chiamato al letto di morte di una peccatrice incallita. Poiché la donna era comunque diffidente, le promise di far scendere dal cielo la sua assoluzione, se si confessava e si pentiva. Lei lo fece, e allora lui scrisse un foglio: “Fratel Vincenzo supplica la Santa Trinità di degnarsi accordare, a questa peccatrice, l’assoluzione dei suoi peccati”. Lo scritto volò subito al cielo, e ne tornò poco dopo con questo impegno, tracciato in lettere d’oro: “Noi, Santissima Trinità, dietro preghiera del nostro Vincenzo, accordiamo alla peccatrice di cui ci ha parlato il perdono, le dispensiamo di tutte
le pene che l’aspetterebbero, e le assicuriamo che sarà, nel giro di mezz’ora, portata in cielo”. (Pierre Saintyves-[iv]).
Nelle credenze popolari il letto è visto come medium tra questo mondo, e quell’altro. In tutta la Germania, da nord a sud, è presente la convinzione che se si scuote il letto nella notte di san Tommaso o di sant’Andrea, si puo’ chiedere che compaia il futuro sposo. La formula della preghiera divinatoria è sempre, con solo piccole varianti: “Letto, io ti scuoto, san Tommaso (o Sant’Andrea) ti prego, lasciami comparire il (la) mio (mia) amato (amata). ”
Luogo quindi, il letto, anche di intensa comunicazione e movimento con le dimensioni superiori, il “sovramondo” come lo chiamava Evola.
Secondo Rudolf Steiner d’altronde, dal letto, nel sonno, il corpo astrale (sede delle passioni e degli istinti), si stacca dal dormiente, che rimane “come una pianta”, provvisto cioè del corpo eterico e di quello fisico, e va nel cosmo per rigenerarsi ed incontrare il Sé individuale, il proprio genio. Al mattino, poi rientra dai piedi, dal sistema di ricambio.
Tutto ciò che abbiamo detto fa del letto un elemento dell’abitare particolarissimo, sede e misura della sua relazione con la vita, col corpo, con la morte, con l’aldilà. Misura (e forse rappresentazione) del corpo, il letto è anche il luogo della violenza sul corpo, quando questa misura non viene rispettata. L’immagine più nota di questa dis/misura tra letto e corpo è forse rappresentata dal letto di Procuste. Polipemone, soprannominato Procuste, racconta Robert Graves nel suo libro sui miti greci, “viveva ai margini della strada, e aveva in casa due letti, uno grande e uno piccolo. Accolti i viandanti, faceva sdraiare quelli di piccola statura sul letto grande, e poi ne slogava le membra per adattarle alle proporzioni del giaciglio, mentre sistemava quelli alti nel letto piccolo, amputando poi le gambe che sporgevano dal letto stesso. Taluni dicono invece che si servisse di un solo letto, allungando o accorciando gli ospiti a seconda del caso”. Procuste, così come il figlio Sini (Pizicante), nemico di Teseo, appaiono legati ai culti di fertilità di Demetra come  scrofa bianca, nel Galles: Hen Wen. Siamo, insomma nell’ambito della Grande Madre ed in particolare del suo aspetto, contro il quale lotta Teseo, di strapotere, violenza e dismisura; di riduzione di tutto, compresi i corpi al suo potere, rappresentato dalla dimensione orizzontale che qui non è più contenente, ma formativa, e quindi de/formativa. Tutto ciò, insomma, cui si opporrà la cultura e la visione di Atene. E’ dunque Teseo, il mitico eroe e re di Atene (che  contrasterà gli eccessi della Grande Madre a Creta), il devoto al solare Apollo, ad uccidere Procuste. [v]

***

Questo conflitto tuttavia, come ogni altro conflitto significativo, è ancora in corso. Ancora si lotta, perlomeno a livello inconscio, per decidere se la dimensione orizzontale proposta dal potere sia la corretta misura dei corpi e delle anime che accoglie, o se ogni corpo-psiche individuale abbia diritto al proprio letto, a un’orizzontalità “su misura”. Un giaciglio – campo, che non sia penoso ricovero delle storpiature inferte dal locandiere; ma personale veicolo di messaggi anche all’altra dimensione, quella verticale, cui il riposo, la meditazione, ma anche la dinamica pulsionale ed avventurosa del letto consentono di rivolgersi.
A  ognuno il proprio letto, potrebbe essere la provvisoria conclusione di questo lavoro. E che ci porti, liberamente, dove a noi, con lui, pare giusto andare.
In ogni caso, per tutte queste ragioni, ed altre ancora, il letto è in fondo.


[i] Hans Baechtold- Staeubli, Handbuch des deutschen Aberglaubens, vol. 1, Berlin- New Jork 2000.

[ii] Il  mito africano attribuisce una  diversa natura dei  nati dalla testa, o dai piedi. Chi esce dalla testa,e  quindi “cade”   sul  giaciglio = campo, è l’agricoltore. Il piede diretto in fuori – testimonia invece di un’erranza trai mondi, e nel mondo. Chi nascedai piedisarà capo, ed è, in realtà, un morto che cammina. Cfr C.Risé, Essere uomini, Red ed.  

[iii] Secondo una credenza di quelle terre , non bisogna scopare sotto il letto, mentre qualcuno ci  dorme dentro, altrimenti   non riesce piu’ a dormire per nove notti.

[iv] Pierre Saintyves, Les réliques et images légendaires, Robert Laffont, 1987, 1035

[v] Graves  I miti greci, 96k, Diodoro Siculo, IV, 59; Apollodoro Epitome I, 4, Plutarco, Teseo.

 

 

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