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Soweto. «Cosa credete
che succeda quando sparisce un negro? Sì. Un negro come me. Cosa credete
che succeda quando, per esempio in questa città, a Soweto, scompare un
negro sotto gli occhi della polizia dei bianchi? Qui tutti, anche i
bambini, sanno di qualcuno che un giorno, improvvisamente è scomparso.
Cosa gli è successo secondo voi, respected ones, egregi signori?».
Kredo Vusumazulu Mutwa (guaritore), studioso di cultura e miti
africani (sui quali ha scritto libri che gli hanno procurato fama
mondiale) e zangoma cioè guaritore lui stesso, fa un passo indietro
e coprendosi mezza faccia con il mantello azzurro brillante, ci scruta
attentamente da dietro le lenti nere, che proteggono occhi non risparmiati
dalle malattie tropicali.
Il fuoco centrale scalda e rischiara sommariamente la capanna in cui Kredo
ci parla della mitologia africana, quella storica, e quella vivente,
praticata negli snack bar dei negri, nelle loro chiese, nelle loro case,
qui a Soweto, Sud Africa, e in tanti altri posti di questo continente. Noi
respected ones ci guardiamo perplessi, tirandoci la coperta sulle
gambe (ce la siamo portata dal Residence dell’Università di Johannesburg,
che ci alloggia, per non morire di freddo: luglio e agosto qui, sono mesi
invernali). John Perry, neuropsichiatria a San Francisco, grande e
innovativo studioso della schizofrenia, accanito nemico degli ospedali
psichiatrici, lancia un’occhiata interrogativa a Marva Styles, titolare
della cattedra di Terapie sessuali all’Università di San Diego. Altri
nostri colleghi svizzeri e tedeschi, partecipanti al convegno su «L’Africa
dentro», organizzato dalla Società Internazionale di Psicologia
Transpersonale, sono evidentemente imbarazzati. Nessuno di noi sapeva che
sparisce tanta gente da queste parti, e tanto meno perché. «Vedete,
respected ones», riprende Kredo Mutwa, togliendosi il mantello dal
volto: «anche le chiese cristiane, fino a poco tempo fa, avevano bisogno
dello scheletro di un santo per essere erette. Le più povere si
contentavano di un pezzo d’osso, a volte di una semplice unghia, le più
importanti avevano l’intero scheletro. Questo perché tutte le religioni
sanno che il corpo contiene, e trasmette i poteri dello spirito che lo ha
abitato». Lo zangoma gira gli occhi attorno poi riprende con un
inaspettato sorriso: «Ecco, perché, respected ones, l’uccisione rituale è
ancora praticata dappertutto in Africa, e anche qui intorno a noi, a
Soweto, a un quarto d’ora da Johannesburg, dalla vostra lucida splendente
città di bianchi». «Per esempio, quando un Capo o un Re si ammala, o viene
ferito, oppure diventa invalido», riprende Mutwa, «è assai comune che
venga sacrificato ritualmente, e in parte mangiato: così accadde a Re
Kinshasa, il cui nome è stato dato alla capitale dello Zaire, il vostro
Congo, che voi avevato chiamato Leopoldville. E gli stessi capi praticano
molto il sacrificio umano. Quando Kwame Nkruma, leader del nazionalismo
africano e presidente del Ghana, venne rovesciato, chi entrò nella sua
casa trovò una grande cella frigorifera con dentro una donna congelata. E
accanto c’era un bacile pieno di saponi fatti con corpi umani. Presso
molte sette e tribù africane non è affatto scandaloso mangiare il maestro,
o parti di esso per arricchirsi del suo sapere: lui stesso, quando sente
di essere ormai vecchio e vicino alla morte, chiede di essere sacrificato
e mangiato. Il fatto è che chi porta dentro di sé una parte di un altro –
soprattutto certi liquidi, il sangue, lo sperma – possiede parte del suo
potere. Per questo, ad esempio, le mogli di un capo non possono
abbandonarlo, e se fuggono (come fece anni fa la principessa Bogara amata
dal dittatore ugandese Idi Amin) devono essere riprese ad ogni costo
perché, in quanto portatrici del suo liquido, potrebbero ricattarlo in
qualsiasi momento. Anche questa, soprattutto questa, è l’Africa,
respeceted ones, sospira Kredo, accoccolandosi accanto al fuoco. «E da
quest’Africa avete molto da imparare anche voi». Il corso si interrompe un
quarto d’ora, e per fortuna fuori della capanna scroscia la pioggia,
fredda e purificatrice. Ci guardiamo imbarazzati: come negare il disagio
di questo tuffo all’indietro, di questa regressione pilotata ai livelli
più arcaici della nostra umanità?
«Arcaici sì», mi dice John Perry, «ma sempre presenti, sempre vivi. Guai a
dimenticarsi che la nostra mente evoluta, articolata, educata, poggia su
queste basi, su queste strutture primordiali. Perché se ce ne
dimentichiamo, questi archetipi, dall’inconscio, riprendono il potere che
l’Io, la coscienza non vuole riconoscergli, e scoppia la psicosi, la
cosiddetta follia».
Sotto la pioggia, ognuno ripensa alle proprie esperienze cliniche. Mi
viene in mente un mio paziente, un intellettuale, un caposcuola, sempre
impegnato a sorpassare lo stato di natura, a mettere grandi distanze tra
sé e gli istinti elementari, che a un certo punto aveva preso a sognare il
proprio corpo sanguinante smembrato e divorato dai golosi discepoli. E’
dunque veramente così? E’ dunque vero che soltanto facendo spazio al
«selvaggio», al primitivo dentro di noi, ci preserviamo dal rischio che
esso si impadronisca dell’inconscio della nostra personalità, attraverso
il cosiddetto «disturbo mentale»? Sono molti oggi a pensare nel mondo, che
è proprio la nostra parte arcaica e primitiva che reclama le sue ragioni,
a farci stare male (e anche a poterci guarire); ma noi non la conosciamo
più, non siamo più in contatto con lei. Sicché i bambini delle scuole
milanesi, portati dal Comune a visitare le stalle modello di Giulia Maria
Crespi, a Bereguardo, si stupiscono che il latte venga dalla mucca, e non
dalla fabbrica. Bisognerà fare nuovamente conoscenza col dimenticato
selvaggio che scalpita nella nostra psiche, e reclama le sue ragioni? Così
alla fine dell’intervallo, e per molti altri giorni, eccoci dunque
accoccolati nelle capanne o nelle baracche di Soweto, o seduti negli
anfiteatri della ricca e funzionale Università di Johannesburg, ad
ascoltare come la pensa, che cosa fa, anche oggi, la nostra parte più
primitiva, l’uomo nero che si muove come un’ombra misteriosa accanto a noi
nelle città e nel mondo in cui viviamo, e dentro di noi.
Le
donne
«Ogni donna è una
rappresentazione di nostra madre, e ad essa dobbiamo guardare nello stesso
modo, con la stessa devozione. E’ assurdo considerare la donna come fosse
simile a noi, quasi fosse soltanto un uomo. La donna è enormemente più
potente dell’uomo: ci ha dato la vita, come madre, e ce la dà nuovamente,
ogni volta che ci innamoriamo di lei ed entriamo in una nuova esistenza,
grazie alle cose che lei ci insegna, ci trasmette, rende vive dentro di
noi. La dea più importante, primordiale, qui in Africa è la Dea Madre,
venerata senza interruzione fin dal Neolitico, 25 mila anni prima di
Cristo. Nella nostra mitologia è la Grande Dea Madre che, messa incinta
dal Pesce (lo stesso simbolo di Cristo, non è curioso, respected ones?),
ha creato il Dio Padre. Il quale genera il Figlio, che scende tra gli
uomini per portare loro il Fuoco, la Luce, e per questo deve attraversare
terribili sofferenze. Tutto viene dalla donna, per questo, nel mio
linguaggio, lo Zulù, “donna” e “grande” si dicono con la stessa parola».
«Certo», commenta Vera Bührmann, psichiatra, allieva di Carl Gustav Jung
(lo psicoanalista svizzero alle cui teorie si rifanno quasi tutti gli
studiosi qui convenuti), docente all’Università di Cape Town, «la cultura
africana è patriarcale. Ma proprio questa è la ragione del suo interesse
oggi, per noi. La ferita di cui soffre l’uomo, infatti, è l’eccesso di
razionalismo, di “logos”, di atteggiamenti e valori maschili; il potere,
la carriera, e il disconoscimento dei valori femminili: la creatività,
l’intuizione, l’irrazionalità. Ecco perché tutto il mondo li cerca sempre
di più, a volte nei modi più bizzarri e pericolosi, come Jung aveva
previsto e anche temuto». Se vogliamo evitare che si cada nel delirio
mistico, a volte attraverso l’uso di droghe, come fanno molte sette in
America, occorre ristabilire un rapporto corretto con la donna e il mondo
femminile, anche con la parte femminile che ogni uomo porta in sé. Occorre
dargli l’importanza che merita. Ma torniamo ad ascoltare gli insegnamenti
dello stregone, Kredo Mutwa.
Il matrimonio
«Il matrimonio», dice
Kredo Mutwa, «per l’africano è la medicina, la grande terapia con la quale
l’uomo si fa curare dalla donna-madre, e la donna dall’uomo. E’ una scuola
di comunicazione vera, tattile, istintiva. Quando l’uomo torna a casa dal
lavoro tocca la moglie, le tiene le mani nelle sue, le tocca la faccia per
sentire come sta. Se non lo capisce vuol dire che l’uomo si sta ammalando,
diventa opaco, freddo, non è più capace di sentire con le mani, col
corpo».
«Alla mattina,
quando ci si sveglia, ci si tocca per vedere se si è ancora lì: così,
attraverso il corpo dell’altro ricomincia nel giorno nuovo la relazione e
la comunicazione col mondo, con gli altri».
«Nel
matrimonio l’altro è il nostro amico, il nostro medico, ma è un’altra
persona, deve poter rimanere tale, non dobbiamo divorarlo e riempircene lo
stomaco, altrimenti non ci può più curare perché l’abbiamo incorporato e
distrutto». Le donne di Mutwa (la moglie, Cecilia, le figlie, le
discepole) ascoltano, placide, avvolte nei mantelli bianchi e rossi degli
izangoma, i piedi nudi rivolti al fuoco. Accanto a me, nei bagliori
gialli della fiamma, sospira Marva Styles, reduce da anni di terapie
sessuali in California: «Chi tocca più da noi, se non per stimolare le
zone erogene come dicono i manuali?». Si guarda le belle mani nere,
lunghe, con le unghie laccate di viola. E dire che fino a poco fa con
queste si sentiva, si guardava nel corpo dell’altro e nella sua anima! Lo
stregone riprende il suo racconto.
La
natura
«La terra è la
rappresentazione fisica della Grande dea Madre, e dunque è sacra. L’uomo
può vivere, senza cadere nella follia, solo se rimane in buona armonia con
essa, e con tutti gli esseri viventi sul pianeta con i quali costituisce
un tutto unico, gli animali e le piante, che noi Zulù chiamiamo la Gente
Verde». «Se si separa dalla terra, dagli alberi e dagli animali», riprende
Mutwa, «l’uomo non è più unito ma diviso (dissociato direste voi), e
quindi è pazzo. Per questo scavare buchi nella terra (come fate voi
bianchi, qui, con le vostre miniere d’oro) si può fare solo moderatamente
e con atteggiamento religioso, sapendo che si reca una ferita nel corpo
della madre, cui dovremo restituire poi ciò che togliamo».
«I nostri antenati, dopo aver usato utensili di ferro, li seppellivano
nella terra, restituivano il minerale alla madre. La terra vive, respira,
si modifica (noi crediamo che in passato fosse molto meno densa di oggi).
Le pietre, parti della terra, sono anch’esse viventi, e ognuna di esse ha
un potere, che noi izangoma conosciamo bene quando dobbiamo curare
e guarire. In quanto essere femminile e madre la terra ha grandi proprietà
terapeutiche e allontanarci da essa ci fa ammalare». «Io aiuto la gente a
curarsi portandola a contatto con la terra, con la foresta, con gli
animali», mi racconta più tardi Ian Player, direttore della Wilderness
School in Sud Africa, attraverso la quale sono passati in dieci anni 7000
persone di ogni età e provenienza e organizzatore del movimento
internazionale della Wilderness (potremmo tradurla Selvatichezza o Stato
Selvaggio), che si sta diffondendo velocemente in tutto il mondo e terrà
il suo prossimo convegno in Australia nel 1985. «A guardare all’uomo e
alla natura come a un tutto unico», mi racconta Ian Player, «me l’ha
insegnato Makubu, uno Zulù, un grande maestro. Poi è venuto l’incontro con
Konrad Lorenz, che mi ha fatto conoscere Jung, e adesso comincio a capire
cosa accade alla gente quando viene nel nostro centro». «Attraversare un
grande fiume, vedersela coi coccodrilli, tenere acceso un fuoco nella
notte in una foresta piena di belve, sono altrettanti archetipi (come li
chiamava Jung), sono situazioni che la psiche umana ha conosciuto migliaia
di volte nella sua storia, e sperimentarle coscientemente ci mette in
contatto e ci riconcilia con quell’enorme parte della vicenda umana dalla
quale gli ultimi secoli tendono a separarci. Dico alle persone di guardare
la notte, davanti al fuoco: spiego che è per vedere se qualche belva si
avvicina all’accampamento, ma intanto la gente impara a guardare nel buio
(la notte) e nella luce (il fuoco) e questa esperienza li cambia. Così
come quando a piedi, nella foresta, insegno loro a tacere finalmente, e
ascoltare: sentono, si commuovono, e si trasformano; guardano alla vita e
alla morte con nuova tranquillità, forse con saggezza». La terra, madre e
natura, è dunque la Grande Guaritrice. Ma che cosa è la malattia, e come
si guarisce? Torniamo ad ascoltare lo stregone Kredo Mutwa.
Il
medico e il paziente
«Da noi Zulù, per dire
malato mentale si dice “colui il cui cervello è diviso in due”. Ma ogni
malattia è una forma di divisione. O è divisa la mente, quella che voi
chiamate la psiche. O è diviso il corpo: un organo funziona in un modo,
gli altri in un altro. In genere queste divisioni nascono sempre da
qualcosa che fa sì che quella persona non possa rimanere intera. Per
esempio, io sto curando una donna che fa la commessa in un supermercato a
Johannesburg, e deve essere sempre gentile, e parlare con voce bassa, come
fate voi bianchi. Così, è molto divisa e malata, perché è una Zulù, e la
sua anima vorrebbe che lei gridasse fino a farsi sentire al di là del
quartiere, e che fosse molto cordiale o molto villana a seconda di come è
il suo umore. Allora io la curo insultandola brutalmente, e gridando, fino
a quando anche lei lascia perdere la sua falsa aria da signora bianca e
urla, piange, si arrabbia, danza, e così guarisce. Il medico deve essere
qualcuno che conosce la malattia, ma dal di dentro, in quanto lui stesso è
stato malato. Quando curo una persona devo essere capace di diventare io
il malato, e debbo essere in grado di guarirmi: solo così potrò guarire
lui».
«Una
persona che non ha vissuto la malattia non può curare nessuno. Noi
izangoma siamo stati ammalati, perché siamo stati divisi, e così oggi
possiamo curare. Siamo stati divisi e ammalati perché eravamo ragazzi e
ragazze come gli altri, e poi sono cominciati ad arrivare sogni, messaggi,
segni che ci chiamavano a diventare izangoma».
«Di solito questa chiamata apre un periodo di malattia e sofferenze,
perché non si vuole diventare guaritori, si vuole una vita tranquilla,
giocare e divertirsi come gli altri. Ma questo non è mai possibile,
altrimenti la malattia si aggrava e si può morire. Così si finisce per
accettare, ci si cerca un maestro, spesso indicato dai sogni, e s’impara,
si fa un training come dite voi. (Durante il training lo zangoma
si deve astenere dal sesso, e da ogni sostanza intossicante, come alcol o
tabacco, di cui potrà invece usare normalmente a tirocinio ultimato, n. d.
R). Poi arriva il giorno dell’iniziazione, e da allora il nuovo zangoma
può curare e leggere nel futuro».
E’ il giorno prima della luna piena, una fredda luna piena invernale.
Propizia alle iniziazioni: il freddo uccide i germi e gli insetti che li
trasmettono a cominciare dalle zanzare portatrici di malaria, l’inverno
africano è dunque amico di chi deve lavorare per la salute propria e
altrui. Anche domani qualcuno verrà iniziato. A divenire zangoma
sarà una donna di cinquant’anni, grassa e dall’espressione infelice, alla
quale gli spiriti degli antenati hanno chiesto di diventare guaritrice, ma
che non è riuscita finora ad essere iniziata, e per questo è ancora molto
ammalata. Dalla capanna-museo di Kredo Mutwa ci trasferiamo in uno dei
quartieri poveri di Soweto, nella casa di un giovane zangoma che
vive con madre, padre, e tre sorelle, e che ospiterà l’iniziazione della
donna. Nel piccolo giardino dell’abitazione è stata eretta una grande
tenda di plastiche multicolori. A sinistra sono allineati i tamburi:
bidoni di benzina, casse, contenitori di ogni genere, che ricoperti di
pelli mandano suoni forti e profondi. Accanto alla porta d’ingresso della
casa, su alcuni materassi, sono sedute le Madri, coi bambini in braccio o
attaccati al seno. A destra sono allineate le sedie per noi, i «big
doctors», i «respected ones», con le nostre curiosità, i
nostri taccuini e le nostre domande. Arriva la candidata, trascinandosi
sulle ginocchia. I tamburi chiedono alleanza e pace agli spiriti degli
antenati. Ora, uno zangoma esperto incide con una lametta la lingua
della donna, le tempie, le spalle, la schiena, i polsi, le gambe, le
caviglie. Sulle ferite sanguinanti viene messa una polvere nera fatta con
erbe (non ci dicono quali) che rappresentano i poteri degli spiriti della
terra, e dell’aria. La donna in ginocchio, scossa da tremiti, è in trance.
Poi viene portata la capra, animale sacro agli Zulù per i quali nei secoli
ha rappresentato la principale ricchezza. La capra terrorizzata è issata
sulla schiena della donna e, tra i richiami dei tamburi, uccisa con un
colpo di lancia al cuore. La donna succhia per qualche secondo il sangue
che esce dalla ferita dell’animale: adesso i poteri della capra, quelli
degli spiriti della terra sono anche suoi. Capra e donna vengono portate
via, la capra in un piccolo angolo del cortile dove verrà scuoiata e
arrostita; la donna in una stanza, dove altre donne la lavano. Pulita del
sangue, deve ancora espellere i «cibi cattivi» di cui si è nutrita fino ad
allora: per questo berrà fra poco una sostanza giallastra, un decotto di
cortecce che la farà vomitare abbondantemente. Adesso il rito sta per
finire. I tamburi risuonano nella tenda, dove tutti hanno preso i loro
posti. Arriva la candidata, ancora in trance, e chiede a una zangoma
cosa deve cercare, e dove. La donna dice che deve essere lei a saperlo.
Domanda e risposta si ripetono a lungo, fino a quando l’iniziata si alza
di scatto e al suono dei tamburi corre, seguita da altre donne, nella
parte della casa dove erano state nascoste le ossa e le articolazioni
della capra. Quindi torna nella tenda, accolta da grida di gioia e
frenesie dei tamburi: gli spiriti l’hanno aiutata a trovare le ossa
(gettando le quali essa farà le sue divinazioni) e questo significa che
sono ormai suoi alleati. Ma rimane ancora da compiere la seconda parte
dell’iniziazione, quella che deve propiziare gli spiriti dell’acqua. Il
mattino dopo, la processione di izangoma, tamburi, ragazzi,
psicoanalisti, psichiatri, studiosi di religioni comparate, si avvia
attraverso i prati bruciati verso il torrente che scorre sotto le baracche
di Soweto. Prima, lo zangoma ferisce la donna, e sul sangue sparge
una polvere di erbe che simbolizzano gli spiriti con i quali ci si deve
alleare. Poi è l’animale, un pollo, ad essere ferito, e sul tavolo
sanguinante viene messa la stessa polvere. «Anche in questo caso a venire
sacrificata dovrebbe essere una capra», mi dice Marianne Brindley,
antropologa, uno dei maggiori esperti di cultura Zulù, «ma gli izangoma
sono troppo poveri per sacrificarne due, così a volte offrono un pollo».
Poi l’animale viene immerso nell’acqua e strofinato sulle ferite della
candidata: a significare che il sangue della donna è ormai mischiato con
quello dell’animale sacro, in cui erano entrati (attraverso la polvere e
l’acqua) gli spiriti dell’acqua. Infine la donna viene immersa nel
torrente, in un bagno di purificazione. Adesso è tutto finito. Gli spiriti
della terra, e quelli dell’acqua, sono dentro di lei. Tutto è andato bene:
il pollo non è fuggito, ministro e candidata non sono caduti nel fiume,
nessuno è annegato. Gli spiriti sono favorevoli, la donna è finalmente
zangoma, profeterà e curerà. Torno nella città dei bianchi, pieno di
perplessità e di fastidio. Chi sono questi spiriti, che occorre
costantemente placare, sedare? La risposta psicologica è pronta:
«l’inconscio collettivo», ecco gli spiriti. Quanti nevrotici ho visto
guarire, quando attraverso l’analisi si riallacciavano i rapporti con le
loro origini contadine, o con la regione di provenienza? Anche lì, in un
certo senso, erano gli spiriti irati degli antenati, traditi dalla falsa
identità attuale, urbana, settentrionale, a disturbare la mente degli
analizzandi e dividerla, a ammalarli. Noi, con Jung li chiamiamo
«inconscio collettivo», in Africa sono gli spiriti degli antenati. Noi
trattiamo con l’inconscio, in poltrona, o sul lettino, nelle sedute
analitiche, in Africa si rabboniscono gli spiriti trafiggendo capre e
sgozzando animali. Dovunque però, nel mondo dei bianchi e in quello dei
neri, la lotta per la salute fisica e mentale costa dolore, e si svolge
nel mistero.
Ecco
le ricette dello stregone
Febbri, influenze e
raffreddori:
decotto di foglie e gambi di assenzio. Artemisia afra. Il vapore delle
foglie in acqua bollente è usato per inalazioni. Se ci sono dolori al
petto si applica una poltiglia di foglie. Aglio e zenzero macerato in
acqua. L’aglio strofinato sulla testa dei bambini è usato come preventivo
contro il raffreddore. Decotto di radici del rampicante Dioscorea
Sylvatica che contengono cortisone.
Tossi croniche:
Infuso di bulbi di Haemanthus albiflos, della famiglia delle
Amarillidacee. Infuso di radici di Anemone Caffra, un’erba di prato.
Stitichezza:
Un rimedio classico anche per la medicina omeopatica occidentale: Aloe. La
linfa solidificata viene grattugiata, e la polvere mischiata nell’acqua.
Disturbi urinari:
Decotto di
radici di Convolvolus sagittatus. E’ anche usato il decotto del bulbo di
una pianta della famiglia delle Amarillidacee: la Clivia Miniata.
Impotenza e
debolezza sessuale:
Decotto di radici di
Clivia Miniata. Decotto del bulbo del giglio Gloriosa Simplex.
Durante la
gravidanza:
Infuso quotidiano di
radici di cocomero: Cucumus hirsutus.
Per diverse
malattie e durante il parto:
La verbena selvatica (Pentamisia
Prunelloide). Alla radice vengono infatti attribuite proprietà
antibiotiche. Quando si attende una nascita è bene avere da indossare
oggetti di verdite, pietra dura verde, considerata la pietra delle
nascite.
Propiziatore di
successo e di fortuna:
Infuso di radici di
rosa. La rosa, fiore ricercato e apprezzato, i cui petali sono
ordinatamente disposti attorno a un centro, è infatti ritenuta un simbolo
di ciò che è perfetto, e quindi attraente e fortunato.
Mal di cuore:
Decotto di
bulbi di Dipcardi brevifolium (giacinto marrone). Tisana di timo.
Gastroenteriti
infantili:
Come profilattico: massaggio di olio di ricino sulle tempie, nuca, palme
delle mani e piante dei piedi dei bambini.
Reumatismi:
Portare
oggetti di rame crudo nella zona del dolore.
Problemi
sentimentali e d’amore:
Possedere e indossare
oggetti di quarzo rosa, considerate le pietre dell’amore.
Tabagismo:
Gli Izangoma
(stregoni) fanno a chi fuma troppo punture nell’orecchio con aghi di
porcospino. La puntura nella stessa posizione è praticata da diverse
scuole d’agopuntura in oriente e occidente.
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