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ALL’INIZIO Era lo spazio dei ghiacci dei delta fracassati nelle lagune di correnti accavallate contro le polveri delle steppe.
Il palmo dei maestrali non si staccava dal mare cadeva lungo le coste sparpagliate di molluschi.
Era lo spazio dei crepacci tuono di acque nascoste anse acquitrinose e mulinelli d’insetti…
da Blàserk, la nuova opera di Matteo Meschiari edita da Edizioni Gazebo, www.edizionigazebo.com (in copertina Claudia Losi, Glacier du Trient, estate 2002)
IL MANTO BLU DEL LINGUAGGIO (nota dell’autore all’opera) Dall’Artico all’Australia l’arte dei popoli cacciatori-raccoglitori ha finito di esistere, è scivolata dal disincanto al nulla: perdita di miti, di racconti, e un immaginario colonizzato, fondato su parametri nuovi: tecnica, progresso, sviluppo. Qualcosa ci dice che la perdita è irreparabile, ma non ci accorgiamo che anche da noi si è spento qualcosa. È come se il linguaggio fosse affetto da una specie di entropia, da una dispersione di senso che lo fa scivolare inesorabilmente verso l’immobile. Ci sono esseri viventi come le alghe azzurre o le balene che lottano contro la perdita, e altri animali come l’uomo che hanno il potere di accelerarla. Tutto dipende da una strana vocazione all’improbabilità, la stessa improbabilità della vita in un universo che tende all’equilibrio, o quella di un discorso che non si accontenta di comunicare informazioni ma che racconta il mondo, attraverso immagini che vanno trovate come conchiglie in un atollo. Sono i comportamenti più improbabili, come la fotosintesi o la poesia, che possono rallentare la perdita. Quando ho orientato la mia ricerca tra filosofia dello spazio e culture arcaiche, non sapevo dove sarebbe andata la mia poesia. A distanza di qualche anno so che sta andando verso la terra. Non la terra con la maiuscola, quella dei miti, quella ambientalista, ma la terra dei paesaggi radicali, fatti di roccia e ghiaccio, la terra delle grandi migrazioni, percorsa da animali selvaggi e da popoli cacciatori. La geologia e l’arte preistorica mi hanno aiutato in questo viaggio. La prima mi ha insegnato che nella terra c’è già tutto il pensiero di cui abbiamo bisogno: nelle linee di costa o nei crepacci dei ghiacciai, in tutte le forme dei paesaggi, c’è la fonte stessa dell’immaginazione e di un pensiero votato alla libertà. L’arte preistorica, invece, enigmatica nei contenuti, è un gesto limpido di intelligenza, che ci parla di problemi molto simili ai nostri. Ad esempio trovare immagini per vedere il mondo. Un giorno, nel suo viaggio verso il Vinland, Eirik il Rosso decise di rinominare un ghiacciaio groenlandese che qualcuno prima di lui aveva chiamato Ghiacciaio-di-Mezzo. Eirik lo battezzò Bláserk, Manto-Blu, e sostituì alla mera denominazione topografica un’immagine potente. I ghiacciai servivano agli Islandesi come punti di riferimento per la navigazione. Non c’era bisogno di cambiare un toponimo, ma Eirik lo fece, e con un gesto ‘improbabile’ consegnò un ghiacciaio alla poesia. Oggi non si tratta di imitare le antiche storie, di far rivivere il mito o di riportare in giardino gli dei in esilio. Nessuna mitologia trascritta ha più il potere di rivivere, proprio come un pesce fossile non potrà mai più muovere la coda nell’acqua. Ma il pesce fossile può ancora accendere la nostra immaginazione, può riorientarla, addirittura può liberarla dai binari che dinamiche più grandi di noi hanno creato per noi. Uno dei bisogni fondamentali del pensiero è quello di opporre luoghi a non-luoghi, senso a non senso, vita reale a tutti i discorsi retorici, alle chiacchiere. Le scienze ecologiche o le culture di frontiera, quelle ai margini geografici e temporali, quelle che abitavano le terre esterne, sono per l’uomo contemporaneo una lezione di orientamento. Sono come il manto blu di alghe azzurre sulla superficie del mare delle origini. Sono un ghiacciaio blu che guida i marinai-esploratori. Anche la poesia è questo blu. In Bláserk ho voluto dire che i paesaggi modellati dall’ultima glaciazione e le culture preistoriche conservano traccia di 40.000 anni di poesia contemporanea, e che la poesia da fare oggi, l’unica da fare in assoluto, deve partire energicamente dalla terra e dal corpo. Matteo Meschiari primavera 2003
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